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Al di là del bene e del male

  31 ago 2010 - L'IPOTESI STEGOCRATICA - Parte Seconda - pag2

Il piano industriale FIAT? È superato...

Mentre Marchionne cerca d’imporre i suoi diktat a Torino, minacciando di de-localizzare il capitale in Canada, dove a suo dire troverebbe operai più malleabili, gli altri colossi dell’auto si stanno dotando di strumenti sempre più adeguati per dare il via alla conquista del mercato italiano. Sfruttando abilmente il vantaggio che hanno sul piano industriale dell’amministratore delegato della FIAT. Che s'ispira ad antiquate logiche aziendali, cieche di fronte alle nuove sfide ecosostenibili.

 

____o°O°o____

Non a caso Renault e Nissan hanno messo in produzione auto di segmento piccolo, ovvero la city car pensata su misura per lo scenario urbano. Assai miope, l’adesione incondizionata del sindaco fiorentino a Marchionne: perché sfrutta l’argomentazione populista “il lavoro innanzi tutto”, sapendo benissimo che avrà gioco facile su buona parte dell’opinione pubblica, incalzata dai drammatici tassi di disoccupazione, ma così ignorando del tutto le conseguenze che si ripercuoteranno sia sui livelli d’inquinamento cittadino, sia per altro sulla mancata opportunità di spingere sulla conversione del mercato delle macchine a petrolio in auto a tecnologia ecosostenibile.

Non si può pensare solo al fatto che l’investimento produce lavoro. Bisogna guardare alla qualità dell’investimento oltre che alla quantità. E di qualità strategica e ecologica nel progetto di Marchionne non c’è traccia. Questo messaggio non riesce ad imporsi sul canto delle sirene che inebetisce il centrosinistra e i sindacati piegati ai voleri del manager cosmopolita, evidentemente concentrato più sui guadagni degli azionisti della FIAT, piuttosto che sulla salute degli operai e quella dei cittadini torinesi.

La vicenda Fiat purtroppo consegna il presente e il futuro dell’Italia ad uno schema industriale obsoleto, in cui la modernizzazione e l’innovazione tecnologica sono assenti. Ciò si tradurrà in una crescente disoccupazione, poiché non tiene conto Delle tecniche di cui gli altri paesi europei si stanno dotando per non soccombere alle crescenti sfide della globalizzazione. Il governo va dicendo che il tasso di produttività dell’Italia è insufficiente se rapportato a quello dei paesi emergenti. Quando dovrebbe essere scontato che competere sulla quantità produttiva, anziché sulla qualità, con paesi che hanno standard di rispetto dei diritti umani verso i propri lavoratori vicini allo zero, è una battaglia già.

L’Italia viene condannata nel prossimo futuro ad una crescente disoccupazione, mentre altri paesi hanno avviato una conversione ecologica del sistema industriale che in Germania (paese che meglio del nostro ha fatto i conti con le follie ideologiche del proprio passato oscuro) i lavoratori hanno da molti anni. Assurdo che l’Italia si metta a competere con paesi che hanno ancora molto da imparare, sia per quanto riguarda gli standard qualitativi delle proprie produzioni sia per quel che concerne il rispetto per i diritti dei lavoratori, che torchiati senza scrupoli producono ovviamente di più.

Ciò avviene soprattutto poiché la maggior parte delle rappresentanze sindacali hanno scelto di difendere il proprio utile, anziché parlare in nome delle classi lavoratrici che li hanno delegati. Ma finché lo scopo esistenziale rimane il mercato, in luogo della qualità complessiva della vita… questo discorso lascia il tempo che trova.

di David Green - 17 gennaio 2011

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