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Al di là del bene e del male

  31 ago 2010 - L'IPOTESI STEGOCRATICA - Parte Seconda - pag2

Il penitenziario: luogo che inghiotte i più deboli fra i  deboli

Ed ecco il secondo nodo critico: la presenza nelle carceri di individui portatori di disabilità motorie e/o sensoriali. Secondo gli ultimi dati disponibili, risalenti al 2006 (e questo la dice lunga sulla scarsa percezione della problematica) ammonta a 500 il numero di persone affette da disabilità.

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A livello normativo, la disabilità in carcere è regolata dall’art. 47 ter dell’Ordinamento penitenziario relativo alla detenzione domiciliare: in base al comma 3, “la pena della reclusione non dev'essere superiore ai 4 anni, anche se una pena eccedente tale arco di tempo costituente parte residua di maggior pena, nonché la pena dell’arresto, possono essere espiate nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora, ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza, quando trattasi di persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano costanti contatti con i presidi sanitari territoriali”.

Affinché ciò sia possibile è necessaria la perizia di un medico che tuttavia può essere smentita dal tribunale di sorveglianza. Inoltre, c’è l’articolo 11 dell’Ordinamento penitenziario, che contempla i casi in cui il detenuto entri sano e si ammali all’interno del carcere. In questa eventualità, il direttore, prima del magistrato, può disporre il ricovero in ospedale. In Italia vi sono quattro strutture con sezioni attrezzate per accogliere minorati fisici: si trovano a Castelfranco Emilia, Parma, Ragusa e a Turi ed hanno una capienza complessiva di 143 posti, registrando tuttavia solamente 21 presenze.

Per i detenuti disabili, invece, esistono sezioni attrezzate in 7 istituti per una capienza di 32 posti - di cui al momento solo la metà è sfruttata - a Udine, Pescara, Parma, Perugia, Fossano, Castelfranco Emilia e a Brindisi. Infine presso alcuni istituiti sono state predisposte sezioni di osservazione destinate a detenuti con problemi psichici. Per tutta questa gente, meno fortunata, così come per i figli delle madri in carcere, esiste in Italia l’istituto dell’affidamento in prova presso i servizi sociali, così come è prevista la possibilità di scontare la pena in luoghi e modi alternativi al carcere. Queste strade però sono destinate a rimanere lettera morta finché nella maggior parte dell'opinione pubblica non maturerà uno sguardo verso questi problemi capace di rompere la pesante coltre d'indifferenza che ammanta la zona grigia delle realtà carcerarie.

Laddove l'atteggiamento di chi se ne lava le mani è solo l'ipotesi migliore, in luogo di un'altra cultura, che procede in base a un codice non scritto, "altro", al di fuori dell'etica civile, e affonda il suo paradigma in una ricerca, spesso inconfessata perfino a se stessi, che cerca soddisfazione a biechi sentimenti di vendetta e non giustizia, che dice "accada quel che deve accadere" all'interno del buio e del silenzio che avvolge l'esistenza dei reclusi e dei carcerieri, nelle patrie galere del Bel Paese. Come se la privazione della libertà, regola per chi ferisce la società civile, non bastasse a lenire il dolore di chi magari ha amato una vittima caduta per mano di un colpevole. Ebbene, ogni volta che è la pancia a separare ciò che è giusto da ciò che non lo è, l'intera specie muove un passo all'indietro nel cammino verso la civiltà. E gli italiani, negli ultimi tempi, di passi indietro ne han fatti parecchi, lungo la salita non sempre comoda della consapevolezza morale.
 

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