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Al di là del bene e del male

  31 ago 2010 - L'IPOTESI STEGOCRATICA - Parte Seconda - pag2

Il giornalista Mario Adinolfi aggredito per strada.
E il ricordo va a una diretta TV del 22 dicembre, in cui Sallusti gli augurava di essere picchiato nello stesso modo in cui alcuni manifestanti contro il ddl Gelmini avevano aggredito uomini della Finanza.

Negli ultimi due anni la Capitale ha assunto un inconfondibile colore nerastro, di quelli che non vanno via con qualche doccia. Si è sedimentato nei cuori delle giovani generazioni, specie di quelli avvezzi a gironzolare in branco senza meta precisa.

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Ma il  professionista dell'informazione non può certo comportarsi come fanno spesso diversi personaggi ormai eletti al rango di star del trash italico[2] poiché in tal caso legittimerebbe un modo di fare che trova facile breccia nell’audience più labile, tipicamente quella di adolescenti che vivono in un contesto già povero di messaggi educativi positivi.

Una riflessione ben sintetizzata dalle parole di Adinolfi: “… sono andato a rivedermi il video che su YouTube riprende lo spezzone mandato in onda da Blob”… “toni pazzeschi, di una violenza incredibile. Credo che tutto questo ci costringa una riflessione sul punto a cui è arrivata la conflittualità nel paese, la tensione tra noi, rompendo gli argini della civile convivenza e se non ce ne rendiamo conto in tempo, poi sarà troppo tardi”.

E dire che proprio Adinolfi, durante una delle ultime puntate di Exit (su La7) aveva registrato il preoccupante tasso di aggressività tra i giovani, che non si dissociano più in modo netto dalle forme estreme di protesta (tipo quelle dei Black Bloc) come invece facevano fino a pochi anni addietro. Il direttore di Week si era già espresso in modo critico sulle proporzioni vistose che va sempre più assumendo il disagio sociale, espresso da larghi strati della popolazione (precari, studenti, insegnanti, ricercatori, unitamente alle stesse forze dell’ordine: caso unico nella storia dei governi di  centrodestra, che ancor prima di una malafede etica mostra per intero il segno di una grave miopia di taglio squisitamente politico). Un disagio non più contestualizzato alla sola militanza politica, tipica dei centri sociali, ma molto più esteso: a giovani, anziani, madri e padri di famiglia che vedono il futuro dei propri figli molto nero.

Se tale disagio non troverà ascolto presso le istituzioni, se l’intenzione è solo quello di minimizzarlo, o peggio ancora di rimuoverlo dall’agenda dei media, lo stesso rischia di esplodere con una violenza che a posteriori potrebbe rivelarsi ingestibile. La competitività produttiva non può e non deve essere l’unico criterio per governare un paese, che in tal caso sarebbe condannato all’abbrutimento morale e culturale, cosa a cui stiamo assistendo da diversi anni.

Occorrerebbe qui accennare al fatto che tutti i paesi democratici anziché tentare pateticamente di rincorrere la produttività dei paesi emergenti, che riescono in simili sviluppi economici tagliando senza pietà il livello dei diritti umani, dovrebbero invece, in un sussulto di dignità rilanciare - attraverso la voce delle diplomazie internazionali - un forte segno di condanna all’indirizzo di quelle governance che non rispettano i lavoratori dipendenti, sempre più anello debole della catena.  Cosa che accade puntualmente in Cina, così come in India, Russia e Brasile. Chi detiene il controllo dei mezzi produttivi nei paesi occidentali sa molto bene quali sono le condizioni di vita di chi lavora nelle suddette nazioni. Finge di non essere responsabile, ma non appena può sposta i capitali laddove la legge, per alcuni, è più uguale che per altri.

Cosicché accade esattamente l’opposto: il ministro degli esteri Frattini si affretta ad assicurare che - al di là di qualsiasi possibile divergenza d’opinioni sui temi di giustizia (vedi il caso Cesare Battisti) i rapporti economici tra i due paesi continueranno a filar lisci come l’olio. Agli attori economici non interessa distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Questo attiene all'organizzazione giuridica, i cui strumenti sono sempre più spuntati nei confronti di soggetti che sfuggono ai controlli avendo a disposizione molte zone franche all'interno delle quali i diritti esistono solo per chi può pagarseli (vedi i paradisi fiscali). Allora il problema vero è che troppi italiani antepongono l’utile al giusto, e sono disposti a chiudere entrambi gli occhi quando si tratta di ingrassare le tasche.

Servono urgentemente soluzioni percorribili in concreto, unitamente alla volontà di trovare una sintesi dignitosa tra il paradigma del libero mercato e quello più attento alla coesione sociale, che è vero e unico obiettivo di qualsiasi comunità civile… altrimenti non si produce per vivere ma avviene il contrario. E l’escalation del conflitto è solo questione di tempo… dopodiché nessuno avrà di che guadagnarci. A meno di non riparare in altro Stato. Il Sovrano ha già la sua Antigua… e tutti gli altri?

AGGIORNAMENTO
 

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2. Su tutti valgano due esempi, passati alla storia del tubo catodico: la mitica scena del match Pappalardo vs. Zequila, in cui i due si promettono odio eterno, mentre una imbarazzatissima Mara Venier annaspa nel tentativo di riprendere in mano – in vano – le redini del programma (Domenica In). E l’ancor più celebre incontro-scontro tra il tuttologo Roberto D’agostino (oggi felicemente dedito al gossip-trash sul sito di Dagospia) e il critico d’arte Vittorio Sgarbi nello studio della trasmissione L’istruttoria (1991), condotto su Italia Uno da Giuliano Ferrara. (Per rivedere l’evento cliccate qui).

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