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Al di là del bene e del male

 
9995 - 12/01/2010
NESSUNO TOCCHI LA LIBERTÁ IN RETE!


... s’intrufola nell’articolo compreso nel D.d.L. Alfano, che imporrebbe la rettifica a blog e forum (in qualità di “siti informatici”) sebbene non si tratti di testate registrate, inserisce le due proposte di legge firmate da Gabriella Carlucci e Gaetano Pecorella, e infine termina con la richiesta del viceministro delle comunicazioni Paolo Romani. che impone (art. 21 del disegno di legge) al Garante delle Comunicazioni di scrivere un regolamento sui servizi diffusi in “diretta continua su Internet”, anche con la tecnica del live streaming (trasmissione di video via web).
Appare dunque fisiologico che l’informazione on line si senta piuttosto turbata da questi tentativi di filtrare i contenuti in Rete, ed è inevitabile che in mente non si agitino ombre inquietanti che evocano scenari come quello cubano o birmano, dove i controlli (sia informatici che manuali) impediscono l’accesso a siti giudicati “scomodi” dal Governo, e sono una triste realtà quotidiana, molto capillare ed efficace.

L’Italia non ha certo i presupposti per essere declassata a questi livelli, anche perché la nostra economia è strettamente allacciata alla libera circolazione sul web. Oggettivamente, però, non possiamo neanche paragonarci agli Stati Uniti, dove a nessun politico verrebbe mai neanche vagamente l’idea di censurare il Net. Le “hate pages” (pagine d'odio), dove s’inneggia a sentimenti negativi o distruttivi verso qualcuno o qualcosa, vengono considerate lo “scotto” da pagare per salvaguardare la libertà di tutti i navigatori degli States in Rete. Il 16 Novembre scorso Obama ha affermato davanti agli studenti cinesi di sostenere la totale libertà d’espressione su Internet. Da noi invece si respira un’aria molto diversa, se si considerano i toni del presidente del Senato Schifani e dei tanti che gli si sono accodati prima e dopo l’episodio di Tartaglia.

Tra le note più folkloristiche, da ricordare soprattutto l’intervento di Emilio Fede, che in diretta dal suo Tg4 ha auspicato la chiusura di Facebook, etichettandolo come «luogo di paranoia e violenza» quello di Bruno Vespa, che in segno di solidarietà al premier, ha “marchiato” Tartaglia come «vicino ad ambienti del social network» (sì, ma… quali? Secondo la ricerca di mercato del gruppo Swg, Facebook ha dieci milioni d’utenti in tutt’Italia, appartenenti a ogni colore politico, quindi l’allusione di Vespa rimarrebbe alquanto vaga…) il commento di Luigi Verzè, sul Corriere, che recita: « l’aggressione a Berlusconi è il segno che è davvero il tempo di cambiare la Costituzione» e infine, last but not the least, la dichiarazione dell’on. del Pdl, Gabriella Carlucci, che facendo d’ogni erba un fascio ritiene i social network “in mano a pochi delinquenti, che sfruttano l’anonimato, incitano alla violenza, all’odio sociale e alla sovversione».

C’è molto di più. La libertà della Rete, in Italia, deve scontrarsi con una cultura derivata da un complesso intreccio di paradigmi mediatici, opportunità politiche e interessi economici. Né ci si può aspettare che il presidente del Consiglio arrida a un medium all’interno del quale è nato e si è sviluppato un movimento, quello che è sceso in piazza durante il No-B Day, che gli si è opposto duramente, criticandone sia gli obiettivi di governo sia la sua caratura morale di statista.

Internet è un mezzo di confronto orizzontale per antonomasia, che nasce dal basso, che consente una simultaneità intercognitiva delle esperienze collettive, in una modalità many-to-many (molti a molti). Opposto dunque al modello televisivo che per definizione è verticale, e il cui messaggio proviene dall’alto, in modalità one-to-many (uno a molti).

La variegata galassia del cyber spazio, nel suo complesso, decisamente non rassicura Super Silvio. E perché dovrebbe, visto che i siti che lo sostengono non appartengono alla porzione di Rete più frequentata. Né sul versante dei blog se ne trova qualcuno meglio piazzato: abbondano invece quelli di chiaro stampo anti-berlusconiano, come l’Antefatto (di Travaglio e Padellaro) Voglioscendere, (del trio Corrias, Gomez, Travaglio), Giornalettismo (dell’Avvenire), fino ad arrivare al blog dell’acerrima nemesi del Re di Arcore, quello di Antonio di Pietro.

Piuttosto inatteso, poi – tenendo conto che il premier è un vero esperto nell’uso delle telecomunicazioni, tanto da averci saputo costruire sopra un impero – è che nelle ultime elezioni i candidati e le liste del centrodestra abbiano investito meno di un quinto rispetto al Pd e all’Idv in inserzioni on line e banner.
C’è un'altra spina, conficcata nel fianco del Presidente del Consiglio: la dolorosa consapevolezza che la Rete sta erodendo buona parte dell’audience giovanile, fino a qualche anno fa ben intercettata dal canale Mediaset studiato ad hoc per questo tipo di target, Italia Uno, e oggi invece sempre più attratta dal consumo on demand su Internet, personalizzato in base ai propri gusti ed esigenze.

Anziché fiutare l’aria che spirava e incanalarsi nella scia di usare le piattaforme aperte per pubblicizzare il proprio brand – vedi Mr. Murdock, quando s’è accaparrato My space – Mediaset ha fatto causa a YouTube, vincendola. Il Tribunale di Roma ha così emesso la sentenza che ha disposto «[…] la rimozione immediata del server del portale e la conseguente immediata disabilitazione all'accesso di tutti i contenuti riproducenti sequenze d’immagini relative al programma Grande Fratello».

In buona sostanza, l’Italia rimane indietro nella diffusione della Rete soprattutto perché, in chi ci governa, è presente un mix di scarsa lungimiranza sulle potenzialità del medium, distanza culturale (generazionale) dal nuovo sistema di condivisione orizzontale dell’informazione, il tutto unito a una massiccia dose di calcolo aziendale ad personam.
In virtù di ciò, saremo l’unico paese europeo in cui alle frequenze rimaste libere (leggi: web) dopo lo switch dall’analogico al digitale terrestre non sarà assegnata la banda larga. Ma abbiamo anche altre singolari peculiarità normative.

Se ad esempio qui da noi un bar o un’università volesse fornire una libera connessione Wi-fi, deve prima ottenere un’autorizzazione dalla questura, quindi identificare con documento ciascun utente.
Negli ultimi due anni non un singolo euro è stato usato per rilanciare le autostrade digitali veloci, utili a scaricare agevolmente i video dalla Rete. All’orizzonte, poi, non c’è l’ombra di un piano statale per la futura banda larga, essenziale per raggiungere un sistema con servizi più evoluti, maggior produttività e ottimizzazione dei risparmi. Infine il nostro ministero delle Comunicazioni è l’unico, in Europa, che intende assoggettare chiunque mandi in diretta sul proprio sito un evento ripreso privatamente alle stesse procedure applicate nei confronti delle TV commerciali, inclusa la richiesta d’autorizzazione al governo.

Nelle ultime settimane i supporter del premier vanno scontrandosi con quelle aree di centro e centro destra che danno un’interpretazione più emancipata al ruolo di Internet.
Farefuturo, fondazione ideata da Fini, s’è schierata in difesa della Rete. Gli ha fatto eco il discorso che Casini ha tenuto alla Camera, in cui ha riaffermato che non c’è alcun bisogno di nuove leggi “speciali” perché basta applicare quelle già esistenti.

Ma anche il centro sinistra è piuttosto digiuno in materia di Internet. Che Bersani ha prima definito “un ambaradan”. Poi s’è affrettato a porre l’accento sull’estraneità del Pd al No-B Day, nato e sviluppatosi nello spazio virtuale del web.
Una contraddizione in termini, poiché anche il suo elettorato naviga in Rete, e Bersani ha perfino un account su Facebook. Le stesse contraddizioni che animano Franceschini, che nello scorso febbraio contrapponeva il popolo vero a quello internauta, poi però ha impostato la sua campagna elettorale nel microblogging personale che ha a disposizione nel social network Twitter.

Insomma, al di là degli schieramenti politici, la vera divisione oggi in Italia è fra chi ha la visione d di una società aperta al nuovo e chi invece preferisce rinchiudersi in paradigmi rassicuranti. In questo senso Internet rappresenta, rispettivamente, da un lato la possibilità di aprire alle potenzialità inscritte nel libero scambio delle concezioni e nel confronto d’opinioni. Capace a sua volta di favorire una selezione naturale delle idee più adatte a interpretare i mutamenti sociali che partono dal basso e dalla gente, in un modello d’interazione orizzontale.

Dall’altro lato incarna un potenziale pericolo, poiché mina le basi di una società rigida e influenzata da una comunicazione dall’alto verso il basso (il modello televisivo, appunto), dove le gerarchie sono stabilite non in base alla meritocrazia, ma seguono piuttosto i tradizionali canali clientelari, partendo dalle amicizie personali fino ad arrivare alle classiche raccomandazioni, tipico sistema di casa nostra.


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Remote User: Date: 13 gen 2010 Time: 11:57:21

Francy S.


Preso atto delle numerose affermazioni fatte a danno di tale libertà, ritengo sempre più appropriata una presa di coscienza dettata dal buon senso, quello che in teoria dovrebbe accomunare gran parte della popolazione. E' ovvio che l'attuale governo ha parecchio offuscato la nostra vista, fino a farci perdere persino il senso dell'orientamento riguardo all'informazione e questo perchè,in questa circostanza,il potere istituzionale e quello mediatico godono di una convergenza senza precedenti. Inutile dire il motivo...o forse no...e se non è inutile,la situazione è più grave di quanto io possa ingenuamente immaginare !
Gli italiani, si fermano a chiedere il motivo del loro diritto ad essere informati ? oggi lo fanno ? io credo di no ! Se lo facessero, la rete oggi in Italia, non correrebbe rischi di censura e non correrebbero questo rischio nemmeno tutte quelle trasmissioni televisive che vengono additate con disprezzo dai vertici del governo.Si sonnecchia, questa è l'amara realtà e i pochi "svegli" stanno percorrendo un cammino completamente in salita, irto e ostacolato

 

 

 

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