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Al di là del bene e del male

 
9994 – 14/01/2010 – La Redazione
LE SOCIETÀ PRIVATE MILITARI: IL BUSINESS DELLA GUERRA


Gli attori della sicurezza costituiscono sì, un potenziale deterrente a catastrofi umanitarie capaci di mietere milioni di vittime, ma allo stesso tempo possono alimentare un clima di conflittualità che favorisce l’instabilità delle istituzioni locali e crea le condizioni ideali, per tutte le grandi multinazionali, per lo sfruttamento delle risorse naturali dei territori e la partecipazione ai traffici di droga e armi. L’aspetto più rilevante delle attività delle Pmc è rappresentato dalla possibilità per i governi occidentali di impiegarle come strumenti non ufficiali perseguendo strategie politiche in contesti minori, all’interno dei quali presentarsi in una veste che risulterebbe sconveniente o compromettente, di fronte alla comunità internazionale.

Il rapporto tra le istituzioni e le società mercenarie rimane improntato ad una sfiducia reciproca, anche perché ogni qualvolta vengono avviate delle indagini su queste grandi corporation ci si ritrova poi di fronte ai nomi di sempre. Avventurieri “storici” e finanzieri senza scrupoli, uomini del calibro di Bob Denard, Tim Spicer e Tony Buckingham, tornano di volta in volta agli onori delle cronache: come eminenze grigie essi manovrano il complesso intreccio degli imperi finanziari e delle società fantasma che permette all’attività mercenaria di ripresentarsi sul mercato in forme sempre nuove e perfettamente legali.

Una delle questioni fondamentali rimane l’eventuale implicazione penale del personale delle varie Pmc in attività militari svolte all’estero. I “nuovi mercenari”, infatti, eludono facilmente i controlli giuridici internazionali poiché rientrano nel quadro del diritto privato societario: sono assoldati dietro precisa richiesta dei governi minacciati, e non hanno bisogno dell’approvazione degli organismi internazionali per intervenire nei conflitti. La mancanza di fori giurisdizionali ad hoc, e la difficoltà nel ricondurre le responsabilità dei governi mandatari e di quelli committenti alle attività di soggetti privati permette alle società interessate una certa libertà di comportamento.

Parallelamente, sempre più numerose organizzazioni non governative lottano per mettere al bando i mercenari. Una Ong con sede a Londra, l’Africa Research and Information Bureau, Arib, sta conducendo una campagna per l’introduzione di un registro nominale degli spostamenti dei mercenari negli scali internazionali degli aeroporti. Un sistema analogo all’attuale modello è utilizzato per il mercato delle armi: si tratta dell’US Register of Conventional Arms, che registra i nominativi import-export delle armi convenzionali le società private militari verrebbero considerate alla stessa stregua.

I sostenitori delle Pmc suggeriscono l’adozione di standard normativi internazionali per quanto riguarda il trasporto e l’utilizzo dei mercenari. Sguardi maggiormente critici puntano all’obbligo, per le società, di registrarsi presso i governi nazionali, che risponderebbero in prima persona dell’operato delle Pmc presso gli organismi internazionali di controllo. Ciò che occorre, in primo luogo, è uno sforzo normativo che andando al di là dello stereotipo classico del mercenario contempli l’ampia gamma dei soggetti privati e delle organizzazioni che operano nell’ambito del security spectrum, ne definisca con chiarezza, il ruolo, le qualifiche e le sfere d’azione, ed imponga loro procedure controllabili dalle agenzie umanitarie preposte a tale compito.

Guardando realisticamente ai mutati modelli internazionali della sicurezza, in seguito agli eventi dell’11 settembre, ed alla crescente privatizzazione imposta dalle teorie neoliberiste, è facile prevedere che il ricorso alle Pmc sarà sempre più frequente. Accanto alle classiche possibilità d’impiego, in qualità di forze di contrasto per gruppi criminali transnazionali, organizzazioni terroriste e cartelli della droga, comincia a delinearsi l’attività di peacekeeping (strumento creato dalle Nazioni Unite a sostegno dei Paesi o della Aree del mondo in stato di conflitto che persegue come scopo principale la pace tra i popoli. ) Per il futuro un altro settore di utilizzo potrebbe essere quello delle strategie informatiche, un universo spesso oggetto di attacchi da parte di hacker ingaggiati dai governi per eludere i sistemi computerizzati di sicurezza di un paese percepito come ostile.

Con riferimento all’assetto politico delle grandi potenze si nota come queste non si avvalgono più delle classiche Pmc per concorrere allo sfruttamento delle grandi fonti energetiche del pianeta (si pensi ai giacimenti di petrolio e di gas naturale in Medio Oriente), indispensabili al modello di sviluppo ed agli stili di vita occidentali, ma ricorrono agli affidabili contractor (Società Private Militari e di Sicurezza statunitensi, che operano su mandato del Governo), i quali possiedono un’immagine più spendibile sulla scena internazionale.

Le Pmc che arruolano mercenari rimarranno appannaggio degli “Stati fragili”. Per questi ultimi rappresentano l’estrema ratio, le “armi dei poveri”, l’ultimo appello per tutti quei paesi che vorrebbero emergere, ma non riescono a sostenere i livelli di crescita imposti dal mercato globale. Se il numero di queste società è in forte aumento, ciò significa che esistono le condizioni per una forte domanda, e che la capacità di queste organizzazioni è tale da farle apparire come un’accettabile risposta ai problemi di sicurezza.

Per l’aumento della domanda ci sono spiegazioni di tipo socio-politico: il cambiamento dell’assetto politico est-ovest e la riduzione degli organici degli eserciti. I fatti dell’11 settembre, e l’aumento esponenziale del terrorismo forniscono alcune chiavi di lettura, e danno una spiegazione sia all’aumento dei conflitti sia alla proliferazione delle Pmc, ma non ne rappresentano l’unica motivazione. La percezione diffusa del clima insicurezza si è indubbiamente acuita con l’esplosione del terrorismo internazionale, ma le recenti strade intraprese dall’amministrazione più potente del pianeta per combatterlo fanno sorgere numerose perplessità.

Le scelte del governo statunitense negli interventi armati sono state ufficialmente motivate da ragioni che alla luce di un'analisi approfondita sono risultate poi inconsistenti, e addirittura controproducenti per il fine annunciato. La guerra all’Iraq e all’Afghanistan, e la successiva occupazione, non ha ridotto il terrorismo. Al contrario, ha aumentato l’instabilità in questi territori. Tuttavia ha consentito agli Stati Uniti di sfruttare i ricchi giacimenti petroliferi iracheni, grazie ai grandi colossi americani dell’industria estrattiva.

Questo è il punto. La sfida del futuro è la fame d'energia dei paesi industrializzati, e di quelli in forte crescita economica, come Cina, India e Brasile. Il quadro complessivo denuncia la corsa all’accaparramento delle risorse energetiche ovunque esse siano. I paesi che detengono tali risorse, ma allo stesso tempo soffrono d’instabilità politica, hanno bisogno dei servizi di sicurezza forniti dalle società private. L’Arabia Saudita, ad esempio, che custodisce nel sottosuolo le riserve petrolifere più ricche del mondo, si avvale del contractor Mpri, per proteggere i suoi impianti estrattivi.

Nel prossimo futuro i ricchi giacimenti di gas del Turkmenistan, procureranno ingenti profitti a chi saprà garantire il controllo del territorio. A tale ruolo si candidano le Società private militari di domani, coscienti che una stringente regolamentazione delle loro attività consentirebbe loro d’operare in una dimensione di legittimità, e di conseguenza moltiplicherebbe il volume dei loro affari. Di sicuro non sarà facile imporgli delle concrete limitazioni, giacché è stato proprio il clima anarchico in cui sono nate, a favorirne l’incontrollata proliferazione.


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