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Al di là del bene e del male

 
9997 - 23/01/2010 - di Pierfrancesco Proietti
I BAMBINI INVISIBILI


Com’è nata questa tua iniziativa a sostegno degli Invisible Children?
«L’ho ponderata a lungo. Ho sempre pensato che l'unica vera speranza per il futuro siano i bambini, soprattutto in questo periodo così oscuro, costellato da mille problemi e da una così vasta perdita di valori.
Cercavo un’idea che non fosse soltanto un richiamo al problema ma uno stimolo ad agire fattivamente sul campo, ognuno con i propri mezzi, nel suo piccolo. Spinto da questo desiderio ho fondato il gruppo, rivolgendomi non alle grandi organizzazioni ma alla gente comune, gli eroi di tutti i giorni, le vere, profonde e sane radici di questa società».

C'è stata un'esperienza in particolare che hai vissuto, e che ha fatto maturare in te il desiderio di creare questo gruppo?
«Il mio interesse per questo tipo di problematiche, e non solo per l'enorme problema dei Bambini Invisibili, è vivo da tantissimo tempo. Non ho avuto un’infanzia felice, ho capito sulla mia pelle cosa significhi vivere per strada, doversi difendere dai pericoli e non sapere cosa accadrà domani.
Ho vissuto l'esperienza dei giorni sempre uguali e dell'indifferenza che ferisce più di ogni altra cosa. A tredici anni la mia vita ha subito una svolta, sono stato adottato, ma non ho mai dimenticato gli anni della mia prima infanzia, un’infanzia che per molti versi non ho mai vissuto, costretto a crescere rapidamente per non rimanere schiacciato dagli eventi. Oggi cerco di dividere come posso un po’ di questa fortuna con chi non ne ha».

Chi sono gli Invisible Children a cui ti riferisci?
«Li incontriamo spesso, ma altrettanto spesso fingiamo di non accorgercene sono i bambini invisibili, piccole vite che si muovono lentamente percorrendo un avverso destino.
Li incontriamo in quei rari programmi televisivi che si occupano d’infanzia tradita, di bambini sfruttati in buie fabbriche, pagati miseramente, giusto per non morire di fame e continuare a produrre per un sistema industriale che tende sempre più al profitto con il minor costo di produzione. Sono infanzie violate, maltrattate, vittime delle guerre, delle incomprensioni razziali, della pedofilia, della fame non hanno speranza, pensano che il mondo sia tutto uguale, una continua violenza interrotta da poche ore di sonno durante la notte.
Sono i nuovi, piccoli schiavi venduti al mercato, milioni e milioni di facce che sembrano tutte uguali, scavate dalla sofferenza e dalla disperazione spacciano droga, combattono sul fronte, soffrono la fame e la sete, e chi è tanto fortunato da sopravvivere a tutto questo si porterà dietro una profonda ferita che lo segnerà per tutta la vita, ammesso che questa possa definirsi tale».

Secondo te i media generalisti danno adeguata risonanza a questo fenomeno?
«Governi, associazioni umanitarie, mass media e donatori sono sempre pronti a mobilitarsi quando accadono le emergenze e la luce dei riflettori si accende su una catastrofe, una guerra. Ma i bambini invisibili non stanno quasi mai sotto i riflettori, e tutto quello che non passa per la televisione o la stampa, semplicemente, non esiste!
Ogni giorno, ogni minuto che passiamo a inseguire la nostra realtà, almeno un bambino al mondo è costretto a rinunciare ai propri diritti, e tutto questo nonostante i paesi considerati civili si siano prodigati per ratificare varie convenzioni sui diritti dell’infanzia.
Un rapporto del 2006 pubblicato dall’Unicef lancia un grido d’allarme. Pensare oggi che i bambini invisibili siano un’esclusiva realtà dei paesi in via di sviluppo è pura utopia. Il fenomeno, infatti, si è ormai esteso a tutto il globo, così come la responsabilità dei vari governi».

Come si pone la società cosiddetta “civile” nei confronti di questi bambini?
«Parliamo di bambini privi di un'identità ufficiale i dati in possesso degli organi governativi, e fin troppo spesso volutamente ignorati, parlano molto chiaramente: oltre la metà di tutti i bambini che nascono ogni anno nel mondo nei paesi in via di sviluppo (esclusa la Cina), non sono registrati si tratta di oltre cinquanta milioni di bambini che non assumono il fondamentale diritto di ogni nascituro, essere riconosciuti come cittadini.
I bambini registrati alla nascita non appaiono nelle statistiche ufficiali e, di conseguenza, non sono riconosciuti come membri delle loro società. A tutti questi bambini senza un’identità ufficiale, non viene garantita l'istruzione, l'assistenza sanitaria, e tutti gli altri servizi di base che influiscono sulla loro infanzia e sul loro futuro. Eppure esistono, sono materialmente presenti, eppure ufficialmente non fanno parte del sistema sociale».

Che fine attende queste oltre cinquanta milioni d’invisibili vite?
«Milioni di loro sono orfani, oppure abbandonati per strada, venduti al miglior offerente, in stato di detenzione o barattati per un tozzo di pane. Le stime ufficiali, sempre in costante e continuo aumento, parlano di più di 143 milioni di bambini nei paesi in via di sviluppo, tutti nelle condizioni appena descritte, se non peggiori. Un bambino su tredici ha perso almeno un genitore: di frequente è la madre, con tutte le ripercussioni che ne conseguono.
Decine di milioni di bambini invisibili trascorrono la loro vita nelle strade, vittime potenziali di ogni forma di abuso e sfruttamento, indifesi, nell’assoluta noncuranza e cecità di chi gli passa accanto. Oltre un milione è tuttora in stato di detenzione, e molti di loro sono in attesa di giudizio per reati minori, vittime a loro volta di traumi infantili, violenze psicologiche e fisiche».

Bambini che diventano grandi in fretta…
«Spesso non si tratta più di bambini, ma di un’infanzia che deve necessariamente assumere il ruolo degli adulti, tante piccole vite private della parte più bella della loro esistenza ritroviamo così piccoli corrieri della droga, piccoli cuochi per i gruppi armati di guerriglia, piccole schiave e schiavi del sesso. A tutta questa situazione, già gravissima, si accostano le leggi di alcuni stati che non vietano i matrimoni precoci in tal modo oltre ottanta milioni di bambine nel mondo si sposano molto prima di aver compiuto i diciotto anni, e di solito con uomini in età avanzata. Il mondo dell’industria non è da meno in materia di complicità 171 milioni di bambini lavoro in condizioni di altissimo rischio nelle miniere, nelle fabbriche, usando macchinari estremamente pericolosi».

Esiste poi un altro "versante" ancor più ignobile, nella spirale dello sfruttamento...
«Purtroppo è così... ai già citati bisogna aggiungere oltre otto milioni e mezzo di bambini e bambine sfruttati dal mondo della prostituzione minorile, del turismo sessuale e della schiavitù per debiti contratti dalla famiglia. Gran parte di loro sparisce in realtà clandestine, nei profondi abissi della criminalità, senza lasciare tracce, in modo invisibile e silenzioso, proprio com’è stata la loro breve vita. Un’indagine promossa da Save the Children, identifica Lampedusa come la grande porta d’ingresso in Italia dei minori stranieri non accompagnati. Ma le tratte migratorie sono tante, alcune addirittura insospettabili, nascoste proprio in quei luoghi dove il progresso civile dovrebbe andare di pari passo con il rispetto dei diritti umani e dell’infanzia tra questi paesi insospettabili c’è anche l’Italia, e la situazione non è certo delle migliori. Negli ultimi sei anni il numero dei minori stranieri è letteralmente raddoppiato, mentre rimane sempre più preoccupante il numero dei minori che arrivano da soli, di questi circa il 77 per cento è privo d’identificazione».

Da dove arrivano in genere?
«I paesi di provenienza sono vari: Marocco, Egitto, Albania, Afhanistan, Palestina, Somalia, Eritrea, Nigeria e Repubblica Serba per citarne alcuni. Il 90% sono maschi, la maggior parte fuggiti da una condizione di schiavitù o estrema povertà di questi, più della metà, ha circa diciassette anni. Le ragioni della loro presenza sono molteplici, così come le motivazioni oltre ad un’estrema ricerca di emancipazione sociale, esiste anche il bisogno di protezione, tutti diritti che vanno spesso in fumo senza un organo di controllo che s’interessi fattivamente della situazione».

Come ha influito sul fenomeno l’attuale quadro normativo?
«La situazione diventa ancora più preoccupante sulla scia della nuova legge sull’immigrazione, secondo cui i figli degli irregolari non potranno essere registrati all’anagrafe. Ancora una volta questo enorme serbatoio di dolore sarà alimentato da nuovi bambini invisibili, vittime di un mondo che non conoscono e non sono in grado di comprendere».

Che cosa fare per tentare di arginare questo inarrestabile fiume in piena, questa spaventosa corrente che si trascina dietro in maniera impietosa vite innocenti, il futuro stesso della nostra umanità?
«Di sicuro è necessario porre in essere un impegno che travalichi gli attuali programmi e metodi di aiuto inutile ricordare che in questo caso la prima responsabilità è dei Governi, responsabili molto spesso di non essere in grado di rafforzare e adeguare le leggi interne. Ricerca e monitoraggio degli eventi devono essere i primi passi da compiere aumentare le risorse e promuovere riforme tese ad abbattere le barriere che separano gli Invisibili dai servizi essenziali. Si richiede infine maggiore concretezza nel privato, in seno alle famiglie e alle comunità è una lotta che viene combattuta giorno dopo giorno sul campo, tentando di strappare dalla rete dell’invisibilità e delle sue nefaste conseguenze quanti più bambini possibili. Migliaia sono i volontari, uomini e donne che giornalmente si espongono in prima persona: si tratta di una rete umanitaria che deve necessariamente essere supportata. E che deve sapere di avere alle spalle un governo forte, delle leggi ben precise e una ancor più ferma volontà di contrastare questo triste fenomeno».


Intervista di Pierfrancesco Proietti



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