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Al di là del bene e del male

 
9981 - 06/02/2010 - di Pierfrancesco Proietti
MEGLIO AMARE GLI ESSERI UMANI O GLI ANIMALI?


Gli animali – grazie a Dio o a chi per lui – seguono le leggi della Natura, ed in questo non hanno alcun merito particolare. Meno male che è così. Vero è che ci sono alcune specie animali che hanno raggiunto un notevole livello d’intelligenza, come ad esempio gli scimpanzé, i delfini, e per certi versi anche gli elefanti. In tutti e tre i casi assistiamo alla capacità di organizzare la propria vita all’interno di parametri sociali variamente articolati. All’interno di queste comunità animali “evolute”, però, si ripropongono anche alcuni “difetti” caratteriali molto simili alla razza umana.

Anni fa alcuni etologi, ad esempio, studiando il comportamento dei delfini in branco hanno osservato un evento che in prima battuta li ha lasciati di stucco. Un gruppo di delfini maschi aveva “strategicamente” isolato una femmina, e dopo averla circondata, precludendole ogni via di fuga, ciascuno di essi, a turno, stava procedendo all’accoppiamento. La delfina era palesemente in disaccordo, e men che mai avrebbe ambito a questa imprevista gang bang (variante del sesso di guppo, dove il soggetto protagonista è al centro dell'attenzione di tutti gli altri partecipanti, nella modalità uno-a-molti). Si è trattato, insomma, di una sorta di “stupro” del soggetto più debole ad opera del “branco”.

Vecchia storia: il singolo, immerso nel gruppo, perde le naturali inibizioni personali, e… si “allarga”, percependo la minore responsabilità, poiché questa viene equamente ripartita tra tutti gli altri “complici”. Ciò anche a riprova del fatto che più aumentano le capacità psichiche di elaborazione della realtà, più si sviluppa il “talento” nell’impostare strategie volte a ottenere dei vantaggi da un punto di vista personale, senza che – per lo meno in questo caso – sia intervenuto il biasimo della comunità ad arginare i comportamenti scorretti del gruppo.

Nel momento in cui ci occupiamo della specie umana, invece, dobbiamo dire che quest’ultima presenta una natura molto più complessa e contraddittoria. L’Uomo è anche auto-consapevole (non sempre per la verità), quindi molto ben corredato di paure, ansie e angosce varie. Ques’ultime sono determinate anche dal conflitto tra il suo background primitivo, e il dover fare i conti con una realtà che evolve sempre più rapidamente, e dunque con un ritmo poco naturale.

L’Uomo è ANCHE animale, ma per sua natura deve sempre e comunque scegliere tra ciò che gli appare giusto o sbagliato, tra il positivo e il negativo, tra l'essere altruista o egoista. Eterni conflitti della coscienza umana. C’è un rischio oggettivo nell’arrivare ad amare più gli animali che gli uomini, ed è quello di disabituarsi alle difficoltà che le interazioni umane comportano, per accontentarsi infine di rapporti interpersonali, diciamo così, impoveriti. Poi, per carità, molti sono fortunatamente (alcuni, meritatamente) immuni da tale rischio.

Forse sarebbe più giusto che tutti gli animali vivessero sempre il più liberamente possibile e… lontani dall'Uomo. Allora sia le bestie che gli umani sarebbero costretti a rapporti più paritari. A meno che, di quando in quando, l’animale decida di affezionarsi a un essere umano. Accade, ad esempio, tutte quelle volte in cui un barbone ed un randagio s’incontrano, si fiutano l’un altro, e scoprono d’avere parecchie affinità. In questo caso, però, non è il cane a essersi avvicinato al nostro mondo… semmai l’opposto. Nella relazione tra l’Uomo e l’animale, peraltro, nasce anche il legittimo sospetto che sia più il primo, a trarne beneficio, che non il secondo.

Vale dunque la pena scegliere (ed è sicuramente strada faticosa e piena d’imprevisti) d’interagire nelle emozioni e negli affetti con altri esseri umani? Senza dubbio sì, anche se bisogna riporre un’estrema attenzione in chi si sceglie, e man mano lo scorrere della vita ce lo insegna. Oppure accettare l’idea di relativizzare la sofferenza delle varie esperienze. Ciò detto, la maggiore autoconsapevolezza umana non cambia che la vita sia un valore in sé, e l’Uomo si è da sempre troppo semplicisticamente arrogato il diritto di ritenere la propria esistenza più “pregiata” rispetto a quella degli altri esseri viventi.

Questo aspetto, peraltro, è un retaggio della nostra concezione antropocentrica, la quale a sua volta, origina da antichi pregiudizi religiosi e culturali. E accade anche poiché in generale si sottostima la dimensione emotivo-affettiva dell'esistenza, piuttosto ben sviluppata anche nelle razze animali più evolute. In tal senso, l’empatia di alcune specie verso le sofferenze umane e quelle dei loro consimili, è ormai ampiamente dimostrata dalla moderna etologia, che studia il comportamento animale.


di Pierfrancesco Proietti

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