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Al di là del bene e del male

 
9998 - 24/02/2010 - di Alex Sfera
VANCOUVER. MORTE DI UN'ATLETA SULLA PISTA DI WHISTLER


Ed è qui che è sbalzato oltre il muro di ghiaccio, andandosi a schiantare contro uno dei piloni d’acciaio posti a protezione dalle intemperie, lungo il profilo esterno della curva. Muore sul colpo. Nel 2005 il project manager della pista, Lorenz Kosichek sbandierava come il fiore all’occhiello, la sua neonata creatura, ma dopo la tragedia che si è consumata lo scorso 13 febbraio quel forte orgoglio assume ora un significato molto più cupo.

Il Comitato Olimpico Internazionale (Cio), a conclusione dell'inchiesta dichiara: «È uscito in ritardo dalla curva quindici (la penultima, ndr) e non ha compensato in modo adeguato per entrare in modo corretto alla curva 16». Conclusioni simili per il segretario generale della Federazione Internazionale Slittino (Fil), l’americano Romstad: «È entrato in ritardo in curva e per quanto abbia cercato la correzione è finito nella parte alta. Con quell’angolo la forza di gravità è stata tale da fargli perdere il controllo. Ha colpito il muro ed è stato catapultato oltre la sponda opposta. La responsabilità è dunque da ascriversi interamente ad un errore tecnico dell’atleta, ma poiché comprendiamo l’aspetto emotivo dei concorrenti in gara, stiamo provvedendo a rialzare il lato esterno e quello interno, in corrispondenza della curva sedici, dov’è avvenuto l’incidente».

La mattina dopo dei ragazzi con la divisa da volontari hanno rivestito il palo d’acciaio con un materassino di gommapiuma. Ancora una volta c’è dovuto scappare il morto prima che gli organizzatori olimpici si decidessero ad adottare delle cautele ritenute scontate dal pubblico che ama assistere a eventi del genere. Esattamente com’è accaduto al Tour de France del ‘95, dove i paracarri sono stati rivestiti lungo la discesa del Colle di Portet d’Aspet solo dopo che l’italiano Fabio Casartelli ci aveva sbattuto violentemente la testa. Resta l’incredulità dell’opinione pubblica nel vedere come gli organizzatori a capo di eventi molto complessi come questi non mettano in conto delle precauzioni, cui penserebbero anche persone molto meno esperte, in materia di sicurezza.

Il Cio e la Fil dunque declinano ogni responsabilità, ma le perplessità e le polemiche continuano. Forti dubbi, ad esempio, esprime l’italiano Franco Pavan, che progettò la pista di slittino di Torino 2006 e dichiara che «Tutte le piste di slittino hanno una copertura che le protegge dalle intemperie, come quella di Whistler. Però quei pali mi sembrano quantomeno pericolosi. So che in passato c'erano state delle preoccupazioni per quei pali». Un portavoce del Fil ha detto tuttavia che di recente, nel corso di una settimana sulla pista c’erano state 2.500 discese con appena il tre per cento d’incidenti.

Le giustificazioni tecniche degli organizzatori non fanno una grinza, ma nel frattempo gli stessi si sono affrettati ad approntare diverse modifiche: si è abbassata di 176 metri la partenza, levando due curve e facendo così scendere di dieci chilometri la velocità media (durante la gara, in curva sedici, un altro concorrente ha sfiorato i 154 Km orari). Poi è stato immediatamente modificato anche il profilo del ghiaccio nella curva incriminata, in modo che la superficie non possa causare rimbalzi per le slitte. Infine le protezioni sono state rialzate con un muro di ghiaccio fino al tetto della struttura della zona d'arrivo, in modo da evitare che si possa ripetere un’uscita di pista.

Qui da noi, in Italia, sarebbe già partita un’inchiesta della procura per accertare se non si configuri l’ipotesi di omicidio colposo per mancanza di misure preventive. Ma ai mondiali di Vancouver l’episodio è stato risolto in fretta, addebitando l’intera colpa all’atleta georgiano. Restano gli interrogativi che pesano su una disciplina incurante fin dagli esordi di inglobare i rischi insiti nella natura estrema di uno sport così estremo. Nelle Olimpiadi del ‘64, un polacco rimase vittima della discesa, ma «negli ultimi 35 anni non c’è stato un solo incidente mortale nelle gare internazionali» ha ricordato il presidente dello slittino mondiale, il tedesco Feldt.

Statistiche che hanno fatto dormire sonni tranquilli agli uomini addetti alla sicurezza. Ma già quattro anni fa, ai Giochi olimpici invernali di Torino, nei primi giorni di prova avvennero una serie di ribaltamenti. In uno di questi, il giapponese naturalizzato braziliano, Renato Mizoguchi, rischiò la vita subendo un’operazione al cervello che lo lasciò in coma tre settimane, e chi lo conosce afferma che non si è mai ripreso completamente.

Lo stesso Romstad della Fil ricorda la partecipazione di Mizoguchi a ben 26 gare sulla pista di Whistler e a cinque Coppe del Mondo. Giovane ma esperto, dunque, come osserva Marco Andreatta, ex CT azzurro che centra il problema essenziale quando sostiene che all’aumento delle difficoltà oggettive delle piste, sempre più estreme, non fa riscontro un maggiore rigore nei criteri di selezione dei partecipanti. «Bisognerebbe accettare solo chi partecipa a tutta la Coppa del Mondo – aggiunge ancora Andreatta – e arriva a fine percorso almeno il 60-70 per cento delle volte. Lo slittino non è lo sci dove puoi rallentare. Qui è impossibile, per farlo dovresti muoverti, spostare il baricentro, come ha fatto il georgiano, ed è proprio quando perdi il controllo».

Ma lo spirito olimpico non contempla restrizioni di sorta alla partecipazione degli atleti, e così le iscrizioni sono accessibili a concorrenti d’ogni categoria, anche a chi non ha un team qualificato alle proprie spalle che lo tuteli. L’altro atleta georgiano, Levan Gureshidze, dopo la morte del suo connazionale ha proseguito nelle prove senza esitazioni. Ci sono atleti attrezzati alla meno peggio, con slittini di seconda mano: non dispongono di pattini di ricambio, né d’assistenza tecnica pronta a modificare l’assetto di slitta, cambiandone l’inclinazione della lama per consentire una maggiore penetrazione nel ghiaccio, laddove le condizioni della pista sono considerate particolarmente pericolose.

L’unica risorsa di cui dispongono alcuni di questi atleti è il loro coraggio… mentre nell’atmosfera glaciale di Vancouver dei giorni seguenti c’è chi parla d’interessi economici anteposti al rispetto della sicurezza.

di Alex Sfera - 24 febbraio 2010



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