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Al di là del bene e del male

 
9989 - 02/09/2010 - di Alex Sfera
Sakineh, simbolo dell'emancipazione femminile negata</font><br><b><font face="Tahoma" size="2"><font color="#000000">L'opinione pubblica internazionale segue con ansia l'evoluzione della sentenza iraniana.


Nella foto: gli appelli del Presidente Lula, Brasile, e del Primo ministro Erdogan, in Turchia*.

Firma per l'appello lanciato da Repubblica. Alle 23:09 del 2 settembre 2010 hanno firmato in 95.497. http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391170

In realtà sono molte le ombre e i dubbi sull'effettiva imparzialità di giudizio che la Corte ha espresso durante l'esame di questo caso. Le accuse mosse alla donna sono state duramente contestate da uno degli avvocati, che ha fatto notare come la confessione della sua assistita, lungi dall'essere stata spontanea, è arrivata dopo aver ricevuto 99 frustate disposte dalla sentenza. Inoltre, il legale della donna ricorda che Sakineh era stata perdonata dalla famiglia dell'uomo, ma era stata ugualmente condannata a 10 anni di detenzione in quanto complice del crimine.

Il 14 luglio il figlio di Sakineh, Sajjad, è stato convocato presso la prigione centrale di Tabriz, dove da cinque anni è detenuta sua madre. Potrebbe essere stato interrogato dai servizi segreti, e minacciato di non poter più aver colloqui con la madre. Durante il processo la donna ha ritrattato la confessione, denunciando le minacce ricevute sotto interrogatorio per estorcerle la deposizione in cui si autoaccusava.


Nelle ultime settimane, diplomazie e media internazionali hanno esercitato una pressione congiunta sul governo di Teheran affinché questi blocchi l'iter esecutivo della sentenza. Per il momento l'Iran ha interrotto la macchina giudiziaria, commutando la condanna della lapidazione in una morte per impiccagione, ma non accenna a revocare il proposito della pena capitale.

Peraltro, il suo avvocato ha reso noto di non aver mai ricevuto una notifica ufficiale circa l'avvenuta sospensione dell'applicazione della sentenza. Inoltre, due dei cinque giudici hanno ritenuto la donna non colpevole, per carenza di prove a suo carico. Tuttavia, i restanti tre giudici, tra cui il presidente del tribunale, l'hanno ritenuta colpevole sulla base della "conoscenza del giudice", una antica disposizione della legge iraniana tutt'ora in vigore, che consente ai giudici di esprimere il loro giudizio soggettivo e verosimilmente arbitrario di colpevolezza anche in assenza di prove certe e decisive.

È utile tener presente che, contrariamente a quanto verrebbe naturale pensare a noi occidentali, in alcuni paesi come l'Iran o la Nigeria, la lapidazione - lungi dall'essere un retaggio del passato - è stata introdotta in un periodo relativamente recente. E cioè con l'avvento al potere dei governi fondamentalisti, che nel mondo arabo sono tornati in auge intorno ai primi anni '70. Ed esiste certamente un nesso causale tra questa recrudescenza politico-culturale e la grande crisi petrolifera che colpi i paesi dell'Opec intorno al 1973.

L'opinione pubblica occidentale segue la vicenda di Sakineh con sdegno e rabbia: conosciamo in parte, grazie ad una contro-informazione interna al paese che si oppone con coraggio alla brutale repressione dei diritti civili, qual è la condizione antidemocratica a cui le donne iraniane sono sottoposte, private spesso della pari dignità e dei diritti che hanno gli uomini davanti la legge, e più in generale della possibilità di autodeterminarsi. Molte sono le discriminazioni di cui vengono fatte oggetto nella vita quotidiana, dentro e fuori le mura domestiche. Le donne non sono libere di essere ciò che sono, in Iran. Non possono vivere spontaneamente la loro estetica femminile, costantemente mortificata sotto pesanti veli neri integrali, così da non poter "attentare" al percorso di vita "virtuoso", cui ogni bravo musulmano timorato di Allah deve attenersi.

Le istituzioni del paese interpretano il Corano in modo ultra restrittivo, decontestualizzandolo dal periodo storico in cui è stato scritto. Il risultato è che spesso
la popolazione musulmana è essa stessa ostaggio e vittima delle élite religiose, le quali s'incarnano pienamente in colui che è considerato il simbolo della classe dirigente conservatrice del Paese: l'Āyatollāh Alī Khāmeneī, eletto Guida Suprema dell'Iran dall'Assemblea di Esperti dell'Orientamento (composta da 86 membri religiosi eletti per 8 anni a suffragio universale diretto) il 4 giugno 1989. La Religione ufficiale del paese segue l'Islam ortodosso di derivazione sciita (è presente anche una minoranza, fedele al culto di origine sunnita).
Ufficialmente, il Presidente Mahmud Ahmadinejad si è espresso più volte in modo positivo sull'attuale Ayatollah, che di recente ha affermato: "Questo governo è il miglior governo dell'Iran da cento anni".

____o°O°o____

* oltre ad Amnesty International, un notevole impegno è stato profuso anche da Avaaz.org, che ha sfruttato i suoi terminali sparsi ai quattro angoli del mondo e ha puntato sulla rapida interconnettività del web per raccogliere firme e donazioni. Con quest'ultime ha finanziato una massiccia campagna d'informazione mediatica sia in Brasile che in Turchia. L'obiettivo era far sì che l'opinione pubblica di questi due paesi riversasse delle forti pressioni sui propri referenti politici, facenti parte della rosa ristretta dei soggetti con cui l'Iran intrattiene ancora strategiche relazioni diplomatiche. I due manifesti, nella foto in alto a sinistra ad inizio pagina, testimoniano il successo dell'iniziativa.

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