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Al di là del bene e del male

 
9931 - Sei a Diritti Umani - 04/08/2011 - da Avaaz.org
Pace in Medio Oriente: la vera storia.


 

Perché Israele non festeggia il risveglio democratico arabo?

Strano: perché Israele non tifa per la “primavera” araba che sta sconvolgendo il Mediterraneo nel nome dell’invocata democrazia di cui lo Stato ebraico si è sempre fatto vanto, rivendicando la sua irriducibile diversità democratica, assediata dalle satrapie mediorientali? Se lo domanda
Robert Fisk sull’“Independent”, mentre in Libia ancora si combatte e qualcuno ha sequestrato quattro giornalisti italiani, tra cui Domenico Quirico della “Stampa” (sono stati liberati ieri, 25 agosto, N.d.R.). «Dopo i titoli avventati sulla Tripoli Liberata – scrive Ennio Remondino su “Globalist” – la complessità torna nelle sabbie mobili delle trattative incrociate tra kabile fedeli e ribelli, tra kabile incerte e kabile in vendita, tra potenze liberatrici e potenze da liberare da lucrosi contratti petroliferi, tra diplomatici-spia e spie travestite da diplomatici».

Dietro alle «semplificazioni propagandistiche», come le chiama Remondino in un’analisi ripresa da “Megachip”, il perdurante e pericoloso caos di Tripoli Robert Fisk «appare piuttosto come una fase rumorosa di pausa per trattative inconfessabili» tra l’Occidente e «nuclei che il dopo-Gheddafi lo contrattano in potere e petrolio», mentre sulla fuga del Colonnello (nel deserto della Sirte?) pesa ancora lo spettro degli arsenali chimici, mai smantellati, e di armi letali come i razzi Otrag, gittata 50 chilometri, testati negli anni ’80 nel Sahara attorno al caposaldo di Sebha. L’attuale confusione, aggiunge Remondino, si spiega anche con la lotta in corso fra le quattro componenti in lizza: la dirigenza del Cnt di Bengasi, la frangia filo-francese con «le kabile che controllano le principali fonti energetiche del paese», la lobby militare dell’ex vertice di Tripoli e i “pontieri” italiani, «non ostili a Gheddafi pronti a mediare».

Fingendo di prendere per buone le non-notizie spacciate dai media, Roberto Fisk allarga l’orizzonte: «Quanto ci vorrà perché i liberatori di Tripoli si trasformino per incanto nei liberatori di Damasco, di Aleppo e di Homs? O di Amman? O di Gerusalemme? O del Bahrain? O di Riad?». Situazioni tra loro «diverse e non assimilabili», certo, ma la “primavera araba” conferma che «le vecchie frontiere coloniali restano inviolate quale tremendo tributo all’imperialismo». La nuova Libia, scrive Fisk in un intervento proposto in Italia da “Il Fatto Quotidiano”, potrebbe diventare una superpotenza del Medio Oriente, tra Africa e Mediterraneo, capace di «contagiare il Marocco e Bengasi, oppositori di Gheddafil’Algeria», ma entro certi limiti: «Rovesciare i tiranni arabi è un gioco pericoloso, quando il loro posto viene preso da governanti arabi non eletti dal popolo».

Già, il popolo: «Quanto ci metteranno gli sciiti del Bahrain e le apatiche masse saudite sdraiate sopra montagne di denaro, a chiedere perché non possono controllare il loro Paese e a scendere in piazza per rovesciare i loro governanti ormai vestigia di un tempo che fu?». Altra domanda: «Quanto ci metteranno i liberatori di Tripoli a mettere le mani sugli archivi del ministro del Petrolio e del ministro degli Esteri di Gheddafi per scoprire i segreti delle romantiche storie d’amore del terzetto
Blair-Sarkozy-Berlusconi con l’autore del Libro Verde? O saranno le spie britanniche e francesi a mettere le mani sui documenti segreti? E quanto tempo passerà prima che gli europei chiedano di sapere perché, se la Nato è stata così decisiva in Libia – come dichiarano ai quattro venti Cameron e i suoi alleati – non la si impiega contro le legioni di Asad in Siria servendosi di Cipro come base aerea allo scopo di distruggere gli 8 mila carri armati e blindati del regime che assediano le città siriane?».

Forse, conclude Fisk, bisogna «pensar male», pensare cioè che «Israele si augura ancora segretamente (come aveva fatto vergognosamente nel caso dell’Egitto) che il dittatore siriano rimanga in sella, per poter firmare con lui la pace riguardante le alture del Golan?». Per Fisk, Israele ha reagito al risveglio arabo con ambiguità e immaturità: «Ma perché diamine i politici israeliani non hanno accolto con gioia la rivoluzione araba, accogliendo a braccia aperte popoli che dicevano di volere la democrazia che Israele ha sempre auspicato e ha invece ucciso cinque soldati egiziani in occasione dell’ultimo scontro a fuoco a Gaza?». Già, perché? Uno sguardo alla regione Israeliana mostra una tabula rasa:
Ben Ali e Mubarak liquidati, Saleh coi giorni contati, Gheddafi rovesciato, Asad in pericolo e Abdullah di Giordania assediato dall’opposizione, la stessa protesta che incalza la monarchia del Bahrein.

«A questi cataclismi della storia
– scrive Fisk – gli israeliani hanno risposto con una sorta di sgomenta, ostile apatia. Nel momento stesso in cui Israele dovrebbe dichiarare pubblicamente che i suoi vicini arabi vogliono solamente le libertà che Israele già ha – che c’è una fratellanza democratica che non conosce frontiere – di fatto continua a costruire insediamenti in terra araba e ad auto-delegittimarsi accusando il mondo di tentare di distruggere lo Stato israeliano». Oggi le armi sparano a Tripoli e in Siria, domani chissà. E mentre la cronaca propone verità “di guerra”, quasi mai verificabili, un giorno forse verranno alla luce le mosse decisive degli strateghi della tensione, rimasti nell’ombra o addirittura spiazzati dagli eventi.  

 

Tratto dal sito Libre.org - 25 agosto 2011

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