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Al di là del bene e del male

 
9930 - Sei a > Politica - 01/06/2012 - di Piero Pagliani
Parole parole parole


1. Per giustificare le guerre dopo l’11/9 Condoleezza Rice affermò che si era come all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Dal punto di vista statunitense non aveva tutti i torti dato che, come Harry Truman, Bush Jr si era assunto il compito di condurre un mondo in preda a forze centrifughe in una struttura gerarchica di stati a guida USA.
Con il dovuto assestamento tattico da parte di Obama, gli Stati Uniti stanno continuando coerentemente in quella direzione. Sarà proprio questa strategia che condurrà alla
Terza Guerra Mondiale? E’ un evento da scongiurare con ogni mezzo, non ineluttabile ma non impossibile.
Nel frattempo anche gli economisti e i movimenti di sinistra fanno analisi e lanciano proposte come se si fosse nel secondo dopoguerra.

Da un lato, ciò non è una stravaganza, dato che la finanziarizzazione degli ultimi quarant’anni connessa all’impossibilità di far ripartire, in Occidente, uno sviluppo materiale adeguato alle società dei centri capitalistici storici, ha lasciato uno strascico di distruzioni materiali, sociali, culturali, politiche e antropologiche che ancora deve arrivare al culmine.

Se l’egemonia del capitale come modo di produzione in Occidente sembra in crisi, essa non lo è come sistema culturale.

Dall’altro lato, invece, le condizioni sistemiche sono totalmente cambiate. Il mondo non è uscito da un prolungato periodo di distruzioni materiali, atto finale di una lunghissima crisi sistemica, e una ripresa materiale di grandi dimensioni in Occidente è ipotecata dall’emergere di enormi competitori internazionali che chiudono gli immensi spazi esterni che furono da noi sfruttati decenni fa e si pongono come concorrenti rispetto a quelli rimasti, come l’Africa.

La crisi ecologica chiude ulteriormente gli spazi esterni ad una grande ripresa materiale capitalistica, situandosi ad un livello meta-statale che tuttavia interviene nelle vicende sociali degli uomini attraverso, ovviamente, le loro organizzazioni sociali (in primo luogo gli stati, cioè la suddivisione giurisdizionale delle risorse di Gea). Gran parte della risposta sistemica al perché delle continue guerre sta qui.

2. Quest’ultimo è un lato del problema raramente toccato dagli estensori delle proposte, dei progetti, degli incanti che vengono ormai ripetutamente offerti a vari e disordinati soggetti in cerca di autori e di speranze: anziani delusi dalla fu sinistra, giovani giustamente preoccupati per il proprio futuro, lavoratori di ogni tipo esasperati per il proprio presente.
Proposte, progetti e incanti che nascono quindi monocoli. E questo difetto si nota.
La mancanza di visione stereoscopica si riversa nella
difficoltà di connettere sistemicamente in un solo quadro tutti i problemi. Qui la democrazia, là il lavoro di qua l’ecologia, di là il welfare. Da una parte la finanziarizzazione, dall’altra parte la crescita oppure lo “sviluppo sostenibile”. Non ho detto “mettere in un solo quadro” (questo si fa agevolmente), bensì connettere sistemicamente in un solo quadro”. Se non si connette ciò che deve essere connesso i rischi non sono da poco.

Un solo esempio: si propone spesso l’utilizzo di tecnologie “verdi” dimenticandosi che esse oggi possono essere sviluppate attraverso tecnologie non verdi e utilizzando le ricadute civili di ricerche di carattere militare. E’ un problema non tecnico ma politico. Cosa intendo infatti dire con questo esempio? Intendo dire che anche le proposte più condivisibili passano attraverso le forche caudine di un elemento scomodo: il potere. Anche se non fosse in “nostro” potere (perché vogliamo magari la democrazia diretta eccetera), si tratta del “loro” potere.

3. Il secondo dopoguerra fu caratterizzato in Italia da ampi dibattiti riguardo la struttura da imporre alla nostra economia. Furono fatte proposte a volte molto progressive, a volte solo ragionevoli, riguardanti ad esempio la necessità di una patrimoniale o l’intervento pubblico nel Mezzogiorno, riguardo il mercato e il suo controllo politico, riguardo l’inflazione, la stabilità monetaria, i conti con l’estero, l’indebitamento pubblico. E infine riguardo l’occupazione.
Per vari versi
non era una discussione molto distante da quella odierna. Diciamo che era più raffinata. I dibattiti erano condotti da persone molto preparate, vuoi di fede marxista vuoi di fede liberale e si trovano pubblicati in vari resoconti.

Ma la differenza non è nella preparazione in sé, bensì sta nel fatto che allora si dibatteva tra reali decisori potenziali che si sentivano sulla coscienza il peso delle conseguenze delle proprie eventuali scelte. 

Erano dibattiti e proposte che vertevano su temi vitali e i cui protagonisti erano scienziati economici, politici e sociali di gran caratura e con uno spiccato senso di responsabilità sociale (quella vera, non quella massmediatica oggi sbandierata anche dalle aziende più irresponsabili).
Eppure, se si guarda alla reale storia economica del nostro Paese, quella ad esempio che va dalla fine delle ostilità al 1973, un lasso di tempo visto oggi con crescente interesse e a cui idealmente potrebbero essere ricondotte alcune attuali proposte antiliberiste, ad esempio quelle sul lavoro o più in generale sul cosiddetto “nuovo modello di sviluppo” (comunque lo si voglia intendere, dal decrescitismo al keynesismo verde), si noterà che mentre da una parte si dibatteva e si proponeva, magari col sostegno di parte dell’opinione pubblica, alla fine erano i
rapporti di forza sul campo, nazionali e internazionali, che decidevano.

A volte con sorprendenti risvolti politici.
Ad esempio come quando nell’estate del 1947 Luigi Einaudi da ministro del Bilancio ribaltò la politica di laissez-faire riguardo la finanza privata che aveva sostenuto come governatore della Banca d’Italia o come quando nel 1967 fu approvato dal Parlamento il primo Piano quinquennale di sviluppo economico per rimanere in sostanza lettera morta. Parimenti, il famoso Piano Vanoni per il decennio 1955-1964, che prevedeva la creazione di 4 milioni di posti di lavoro, il pareggio della bilancia dei pagamenti e l’eliminazione del divario Nord-Sud, raggiunse in breve tempo i
primi due risultati non grazie a sue procedure attuative bensì grazie al “naturale” sviluppo postbellico. Tanto è vero che il terzo obiettivo, capitalisticamente “innaturale”, non fu raggiunto.

Sul lato delle conquiste dei lavoratori i dibattiti e i progetti avrebbero infatti dovuto lasciare il passo alla conflittualità operaia che in due tornate drammatiche, quella del 1962 (113 milioni di ore di lavoro perdute a causa della lotta) e quella del 1969 (200 milioni di ore perdute) strappò miglioramenti salariali e lavorativi, alla fine sanzionati nello Statuto dei Lavoratori del 1970, che si estesero alla società (salute, casa e istruzione).

Non è stato quindi, e non sarà mai, una questione di un modello migliore di un altro. La storia sociale si fa beffe di un modello dietro l'altro. E se ne fa beffe con violenza lasciando gli “esperti” nella loro confusione: Nixon Shock? E chi se l’aspettava. Terapia Volcker? E chi se l'aspettava? Crisi dell’America Latina? E chi se l’aspettava. Crisi delle Tigri Asiatiche? E chi se l’aspettava. Crisi della “New Economy”? E chi se l’aspettava. Crisi dei subprime? E chi se l’aspettava. Crisi del debito pubblico? E chi se l’aspettava. Tranne ovviamente quei quattro o cinque che ne hanno prevista una oppure l’altra, quasi mai entro un ragionamento sistemico che coinvolgesse economia, finanza, politica, geopolitica, geografia, ecologia, antropologia, politica culturale, politica istituzionale.

4. Abbiamo fatto cenno a cosa accadeva durante il “ventennio d’oro”che era caratterizzato da una domanda globale in espansione e da un movimento dei lavoratori forte ma fortemente contrastato. Ora, in una situazione invertita, tranne il forte contrasto padronale, sembra che si sia ritornati ai puri dibattiti senza conflittualità sociale.
In realtà gli estensori delle varie proposte sembrano consapevoli del problema di coagulare un fronte di consenso o un fronte di conflitto. I due elementi, tuttavia, non appaiano insieme all’orizzonte. Così ad esempio l’ALBA fa leva sulla democrazia sia interna (critica alla “forma-partito”), sia esterna (“democrazia dal basso”) come veicolo per rendere credibili le sue istanze di aggregazione e di rinnovamento sociale democratico ed ecologico. Ma in mancanza di conflitto sociale il rischio è che tutto si tramuti in un’opinione, per quanto sottoscrivibile, e alla fine in una petizione al Principe (che qualcuno immancabilmente sarà tentato di tradurre in termini elettoralistici).

Altri “consorzi” politici, come il Comitato No Debito, benemerito per aver per primo superato il falso dualismo berlusconismo-antiberlusconismo (e il suo strascico politico) e aver puntato il dito su contraddizioni e problemi strutturali, individua al contrario proprio nel conflitto sociale la forza propulsiva. E ciò è giusto. Si muove sulla base di cinque proposte di alto livello assolutamente condivisibili e da conseguenti azioni di resistenza. Ma è carente sul piano propositivo, lasciando di fatto le proposte di merito alle singole componenti.
Infine, il Movimento Cinque Stelle coniuga a proposte semplici, immediate e derivate da un’analisi che tutto è tranne che sistemica, una capacità di mobilitazione per ora essenzialmente virtuale. Riuscirà a reggere l’impatto del suo proprio successo con queste modalità? Glielo auguro, ma temo di no.

5. Se l’egemonia del capitale come modo di produzione in Occidente sembra in crisi, essa non lo è come sistema culturale. Così il capitale riesce a reimporre se stesso come orizzonte sociale pur non avendo più nulla da offrire in termini economici. Da qui la difficoltà a reinventare qualcos'altro in termini politici e un movimento che lo sostenga.
In altri termini la crisi della politica ottocento-novecentesca non è solo dei nostri avversari, è anche nostra. Il grosso problema è che dietro questa crisi i nostri avversari hanno organizzato
sistemi decisionali di differente livello. Qualcuno, intuendolo, tira in ballo le consorterie tipo Bilderberg oppure i massoni o gli ebrei. Scemenze (anche decisamente sgradevoli): questi sistemi decisionali non sono conferenze di élite, non sono club misterici e meno che meno sono stirpi. Sono in realtà precipitati di processi sociali (seppur di livello differente da quello in cui noi, non-decisori, agiamo) e quindi sono instabili, conflittuali, a geometria variabile.

Inoltre non sono impermeabili ai processi sociali che si svolgono al livello che pretendono di controllare e dirigere. Ma come irrompere in quei processi decisionali?
Le proposte, giuste o sbagliate, che da tempo saltano fuori come funghi, sembrano dire: “Dato che le decisioni e i processi decisionali dei dominanti non ci piacciono, ce ne facciamo degli altri”.
Bene. Ma dove? Di lato? Di sopra? Di sotto? Su un altro pianeta?
Con la
pretesa assurda che i dominanti o spariranno da soli o capiranno. Il che è un’evidente follia. Quelli sono pronti a fare guerre atomiche e noi pensiamo veramente, tanto per fare un esempio, che gli infischi più di tanto del C02? Stanno preparando i campi d’internamento per chi romperà le scatole e noi pensiamo veramente, sempre per fare un altro esempio, che si impressionino con la democrazia diretta?

6. Per queste ragioni penso che occorra insistere sul fatto che la prima domanda che ci dobbiamo porre è: Abbiamo proposte mobilitanti socialmente (quali, dove, come, quali forze sociali mobilitano)?” La seconda è: “Abbiamo proposte conseguibili in tempi politici e con quali forze sociali?” La terza: “Come manteniamo le posizioni eventualmente acquisite?”
E mi fermo qui con le domande.
Insomma, da una parte c’è tutto un florilegio di
che cosa e di perché, know what e know why (che però a volte fanno a cazzotti tra loro), ma un’assenza preoccupante di come, know how, mentre altri si focalizzano sul know how e know why, ma essendo carenti sul know what il loro know how diventa un’altra forma di “Saprei come fare, vorrei tanto, ma non ci riesco”. Per lasciar perdere quelli per cui il movimento è tutto e il fine è niente.
Invece occorrono due buone gambe e una buona vista. Altrimenti non si va da nessuna parte.

Un commento all'articolo - di Franco Romanò

di Piero Pagliani - Megachip - 30 maggio 2012

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