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Possiamo domandarci, con spirito critico, se, effettivamente, i giornalisti siano la nuova classe intellettuale di cui Asor Rosa assicura, invece, nel suo libro, la definitiva scomparsa. Qualche dubbio c’è. Anche se esistono giornalisti illuminati, molti scrivono solo per mangiare e questo non è l’impulso critico che spinge l’intellettuale a parlare alla storia. Sicuramente, però, il moto di speranza si fa più concreto se a fare da guida per una nuova intelligencija siano un gruppo di donne che a quel modo di fare giornalismo contrappongono una nuova realtà dove la verità non viene rinchiusa nel racconto mitico di immagini e stereotipi irreali.
L’invito di queste donne è trasversale: non assume, perciò, nessuna colorazione politica. Vogliono combattere questa involuzione culturale dove la donna, nei media, ancor più che nel passato, viene relegata, e possiamo sicuramente dire, ricacciata, nel privato. Giornali e televisioni riproducono una parte della realtà mediandola con il racconto che si fa mito e quindi modello. Questa realtà, oggi, in Italia, è fatta dalla politica, ed è la politica che ripropone la figura della donna con un’immagine che ricorda un ruolo avuto oltre cinquanta anni fa. Ma ancor peggio, perché la funzione infima delle veline e delle soubrette, personaggi preponderanti nella nostra televisione, non ha eguali in nessun altra televisione d’Europa e del mondo.
La realtà delle donne vere, quelle che lavorano e vivono la quotidianità, è scomparsa dai giornali e dalle televisioni: è il grido di allarme di questo folto gruppo di giornaliste, sociologhe e filosofe. Le donne, quindi, ora, sono “costrette” a cercare nuovamente la loro identità. Lo sguardo è rivolto anche alle giovani generazioni, quelle bambine che crescono con la convinzione che l’esteriorità sia l’unica arma vincente e la competenza sia una prerogativa dei soli uomini dove, invece, per la donna non sia possibile valorizzare il proprio mondo interiore.
Tutto è partito dalla trasmissione televisiva Porta a Porta dove, in una puntata dell’ottobre scorso dedicata alla bocciatura del Lodo Alfano, in studio, era ospite Rosy Bindi, Presidente del Partito Democratico e Vicepresidente della Camera dei Deputati e, al telefono, in diretta, parlava il Presidente del Consiglio Berlusconi. Episodio, quello, che finalmente ha dato voce all’indignazione e alla nascita di questa nuova presa di coscienza.
Rosy Bindi, in quell’occasione, durante il contraddittorio, stava commentando apertamente ciò che asseriva il Presidente del Consiglio e quindi utilizzava tutta la sua competenza per rispondere adeguatamente. La battuta di replica del Premier, invece, ha evidenziato palesemente l’intento di cambiare il piano di scambio interlocutivo, portandolo ad una sfera intima, assolutamente non inerente al dibattito politico pubblico, una freddura vergognosamente sessista, oltre che maleducata: «Lei è più bella che intelligente». La frase sarà, mi auguro, studiata ampiamente dai sociologi che analizzano la quotidianità della nostra società, perché, ancora una volta, oltre ad andare contro il ruolo politico che in quel momento Rosy Bindi personificava, Silvio Berlusconi ha messo in discussione il ruolo stesso delle istituzioni, come rappresentanza autorevole eletta e preposta ad affrontare i problemi anche gravi che riguardano il nostro paese.
La donna, da cinquanta anni a questa parte, nella storia italiana, ha fatto notevoli passi avanti per ritagliarsi un ruolo pubblico nella società, passando attraverso la rivoluzione sessuale dove la parola “libertà” era divenuta un concetto emblematico per la costruzione di una nuova immagine della figura femminile. Non solo capace di mettere al mondo e accudire ai figli, ma anche di utilizzare il proprio raziocinio per competere nel mondo del lavoro e nella civiltà intellettuale. Questo termine oggi, al contrario, ha perso ogni significato e la libertà sessuale è diventata schiavitù del proprio corpo. Libertà di essere magra ma impossibilità di decidere se utilizzare la RU486 (pillola del giorno dopo, N.d.R.).
«Sono ancora degli uomini a decidere se è bene o male utilizzare quella pillola – dice Michela Marzano, filosofa e componente del gruppo “Donne della realtà” – La donna deve ricreare lo spirito critico incarnato per poter ripensare la condizione femminile oggi – prosegue la filosofa – Ogni donna è ed ha il proprio corpo che mostra agli altri, ma non si può ridurre solo a quello che mostra di essere».
«Bisogna cominciare dalla pubblicità e dettare – dice Miriam Mafai, giornalista della Repubblica – un codice deontologico per la Rai simile a quello che esiste già per la BBC».
Costruire un pensiero come battaglia di giustizia non contro le veline ma contro l’unica possibilità che esiste di riscattarsi. E’ una battaglia che non deve limitarsi a quattro chiacchiere in un convegno, ma deve entrare nella vita quotidiana di tutti per cominciare a ribellarsi e non accettare più che il Rapporto del World Economic Forum ci additi come un paese dove esiste una drammatica disuguaglianza di genere nelle pari opportunità a livello economico, e ci colloca all’83esima posizione dopo il Botswana e il Burkina Faso.
di Livia Serlupi Crescenzi
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