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9997 - Siete a > Cinema e Teatro - 04/04/2012 - Fonte: libre.org

Diaz, undici anni dopo: chi ha paura di quel film-verità?


Diaz, undici anni dopo: chi ha paura di quel film-verità?

La furia dei tonfa, i manganelli dall’impugnatura a T: un rumore raggelante di braccia e gambe spezzate. Sangue e materia cerebrale che allagano il parquet della palestra scolastica, schizzano sugli intonaci, gocciolano dai termosifoni. «Un sabba infernale di grida e lamenti che hanno il suono osceno di bestie portate al macello», scrive Carlo Bonini su “Repubblica” il 24 marzo dopo aver visto in anteprima – insieme a due poliziotti e ad una delle vittime – il film sulla “macelleria messicana” alla scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001, girato da Daniele Vicari e prodotto da Domenico Procacci.

Un film arduo: pochissime riprese a Genova per evitare disagi, e i mezzi della polizia usati per le riprese – furgoni e blindati – sequestrati per accertamenti al ritorno da Bucarest, dov’era stato allestito il set. Invitati all’anteprima, i politici – senza spiegazioni – non si sono fatti vedere né a Palermo né a Torino, dove in compenso hanno inviato i vigili urbani a verificare orari e capienza della sala.

Le immagini arrivano dove la parola – testimonianza o atto processuale che sia – non può o non è potuta arrivare».

Tanta paura, dieci anni dopo, per un film? Il “Fatto Quotidiano”, ricorda lo stesso Procacci, ha reso noto che il Viminale ha formalmente invitato i poliziotti a snobbare il film e soprattutto a non rilasciare dichiarazioni alla stampa, previa autorizzazione del ministero dell’interno. Qualcuno, a Palermo e Torino, aveva addirittura preteso di ottenere la lista dei nomi degli invitati: richiesta fermamente negata dai gestori dei cinema.

Eppure, dice Daniele Vicari, regista di pellicole come “L’orizzonte degli eventi” e “Velocità massima”, le prime vittime di quella storia dovrebbero essere i tanti poliziotti onesti che ogni giorno fanno il loro lavoro, e cioè proteggere i cittadini inermi, non certo minacciarli. Poliziotti come Claudio Giardullo e Franco Maccari, ridotti a «silhouette di pietra» nella saletta proiezioni della Fandango, dove hanno visto in anteprima insieme a Bonini e a Michel Geiser, uno dei 93 sopravvissuti alla mattanza genovese, «le immagini che il Viminale e la polizia italiana non ha sin qui ritenuto di vedere e che attendono come una calamità».

Le due ore di “Diaz” di Daniele Vicari, nelle sale italiane dal 13 aprile, per il giornalista di “Repubblica” sono «una potentissima macchina del tempo, un coraggioso documento civile che strappa il rimosso di una notte di luglio di 11 anni fa al buio in cui la cattiva coscienza del Paese ha cacciato i giorni del G8 di Genova. Le immagini arrivano dove la parola – testimonianza o atto processuale che sia – non può o non è potuta arrivare». Lo spiega bene lo stesso Vicari il 3 aprile all’università di Torino, dove ha incontrato gli studenti: se ti misuri con un fatto storico attraverso il cinema sarebbe assurdo tentare di fare una semplice ricostruzione, come accadeva in tanto pessimo cinema italiano di cosiddetto impegno civile quello che conta è seguire la storia di centinaia di persone, poliziotti e manifestanti, proponendo un’interpretazione onesta dei fatti. Verdetto: «Democrazia e Stato di diritto sono stati sospesi, prima alla Diaz e poi a Bolzaneto», dice il regista. «Non voglio neppure sapere per quale strana dietrologia sia stato ordinato quel massacro, seguito da tre giorni di torture: mi basta sapere che è potuto accadere, in Italia, nel 2001».

Giardullo, poliziotto e sindacalista del Silp, alla fine della proiezione romana stringe la mano a Michael Geiser: «Vorrei che tu sapessi che sono un poliziotto di sinistra: rappresento i lavoratori della Cgil». Maccari lo imita: «Sono un poliziotto anch’io, ma di destra: anch’io difendo i lavoratori della polizia, sono il segretario del Coisp». A Genova c’erano entrambi. Michael crede nella forza della memoria: «Se non ricordiamo, quello che accadde allora si ripeterà». Vero, ma i due poliziotti protestano: «La polizia è cambiata, sono undici anni che ci facciamo un culo come un secchio per cercare di far capire che la polizia italiana è un’altra cosa».

Per Maccari, «il film è coraggioso, ma è anche un obbrobrio: che senso ha ricordare così? Serve solo a ricacciarci tutti indietro al punto di partenza, a farci rimanere inchiodati al risentimento di quel giorno maledetto». 

Continua l’agente: «A me interessa il presente: la riforma dell’articolo 18, l’Europa dei banchieri. Sono un poliziotto ma scendo in piazza anch’io, che credi». Michael lo interrompe: «E non pensi che la violenza silenziosa dell’Europa dei tecnocrati sia cominciata quel giorno? Quando la polizia italiana ha cancellato politicamente un’intera generazione, mostrando che il dissenso non era ammesso?». La lezione di Genova? Imparare ad aver paura della polizia: così, senza motivo, senza aver commesso alcun reato. È la tesi di libri-inchiesta come “G8 Gate”, di Franco Fracassi: “qualcuno” a Genova aveva ordinato alla polizia italiana di lasciare che i black bloc devastassero impunemente la città, per poi caricare brutalmente i manifestanti pacifici. Fino all’atroce epilogo della Diaz. Movente? Il super-potere americano, dice un ex 007 dell’Nsa, Wayne Madsen, aveva più paura dei no-global che di Al Qaeda: già allora, settori privatizzati della Cia erano finanziati dalle grandi corporation attraverso le fondazioni: gente senza scrupoli, pronta a tutto pur di mettere a tacere la temutissima contestazione civile della loro globalizzazione selvaggia.

Di politica hanno parlato anche il superstite della Diaz e i due poliziotti negli uffici di produzione della Fandango. Se i miei e i vostri figli si convincono che non c’è spazio per il dissenso, per immaginare un mondo diverso, dice Michel ai due agenti, «nei prossimi mesi l’Europa diventerà un campo di battaglia». La polizia? In un regime democratico deve garantire proprio la libertà di manifestare, non certo reprimerla. «Non dire che così il film non serve», dice Giardullo al collega del Coisp. «A Genova fummo strumento di un raffinatissimo disegno del governo di centro-destra che intendeva terrorizzare i moderati di questo Paese, per convincerli che la piazza era un luogo senza ritorno: un disegno riuscito». Se la proiezione in anteprima per i due poliziotti e l’ex vittima ha suscitato lacrime, sgomento e parole sincere, il film – nelle anteprime ad inviti – continua a destare emozioni fortissime: a Berlino, dopo un diluvio di applausi, una pattuglia di giovani reduci della Diaz ha raggiunto Vicari e Procacci al ristorante, per ringraziarli: «Uno di loro ci ha detto: ora finalmente mi crederanno. E ha spiegato: nessuno, in Germania, aveva mai creduto che una cosa del genere potesse essere veramente accaduta, nel vostro paese, nel 2001».

Stranissima la reazione dei genovesi: un silenzio ammutolito, dopo i titoli di coda, e poi una interminabile sfilata, sotto il palco, a salutare e ringraziare regista e produttore. «Genova non ha ancora elaborato il lutto di quei giorni», dice Vicari. «Non ci hanno permesso di girare riprese alla Diaz. Li capisco: non avrebbe fatto piacere neanche a me, se mio figlio fosse andato a scuola lì». E poi: «Genova non è una città qualsiasi. Lì è nata la democrazia italiana: le grandi lotte operaie, la Resistenza, e poi il movimento della nuova polizia democratica per la smilitarizzazione del corpo. Non è un caso che, chi ha voluto quel massacro, abbia scelto proprio Genova». Domenico Procacci difende il suo regista esponendosi in prima persona, anche a Torino, di fronte a un pubblico sconcertato. «Scusate se mi trema la voce – dice una ragazza – ma sono ancora sotto l’effetto del film». Molti, data anche l’ora tarda, ne approfittano per filarsela senza una parola, visibilmente scossi. Un uomo di mezza età alza la mano: «Abbiate pazienza, ma il film non mostra in modo equo la violenza: sono troppo sfumate le immagini delle devastazioni inferte alla città». Vicari sospira: a parte il fatto che i black bloc hanno scassato vetrine e non braccia e gambe, c’è una differenza sostanziale: quelli non erano la polizia, la nostra polizia del nostro Stato democratico. «Se anche nella Diaz ci fossero stati novanta black bloc, anziché tutti quei manifestanti inermi, nulla avrebbe giustificato quell’inaudita violenza su di loro».

(Il film: “Diaz”, di Daniele Vicari, con Elio Germano, Claudio Santamaria, Rolando Ravello, Aylin Prandi, Alessandro Roja, Monica Birladeanu, Jennifer Ulrich, Renato Scarpa, Davide Iacopini, Paolo Calabresi, Fabrizio Rongione, Ignazio Oliva. Scritto da Daniele Vicari con Laura Paolucci, fotografia di Gherardo Gossi, montaggio di Benni Atria e musiche di Teho Teardo. Prodotto da Domenico Procacci per Fandango insieme ai francesi di Le Pacte e ai rumeni di Mandragora Movies. Nella sale italiane dal 13 aprile 2012. Sito ufficiale: Diaz, il fim).

Fonte: libreidee.org - 4 aprile 2012

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