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di Pierfrancesco Proietti
In città come Los Angeles e New York, dove il sociologo è stato di recente, i contadini si stanno organizzando in catene specializzate per vendere solo
prodotti biologici direttamente ai clienti finali. Con questo tipo di distribuzione i prezzi al dettaglio riescono a scendere anche fino al 40 per cento.
Di questi tempi il notevole risparmio è un ottimo incentivo. Senza contare che al prezzo basso si unisce anche un prodotto più genuino, e dal sapore più naturale.
Ovviamente i negozianti “classici” vedono come il fumo agli occhi i coltivatori diretti: sia perché non possono competere con le terre dei Farmers,
sia perché questi ultimi rivestono anche una sorta di funzione calmieratrice sugli scontrini. Il negoziante vecchio stile vorrebbe considerare questo
modello di vendita emergente come fenomeno di folclore. In Italia sono ancora pochi in percentuale al totale delle imprese, ma la loro velocità esponenziale
di crescita la dice lunga sullo scenario che si delineerà nei prossimi anni. E punteranno soprattutto sui luoghi di smercio non convenzionali, atipici,
per guadagnare nuove fette di mercato.
Nel 2009, qui da noi, le vendite dei prodotti tradizionali sono calate parecchio, solo il biologico venduto nei supermercati è salito dell’otto per cento.
Se la grande distribuzione intuisse questo trand potrebbe anche rilanciarsi con prodotti che, sì, costano un venti per cento in più, ma riescono ad assicurare
la qualità al cliente, il cui interesse verso i cibi “no ogm” e senza pesticidi è in costante aumento.
L’Italia, tra cascine, cantine e frantoi attrezzati per la vendita, ne conta in totale 60 mila e 700. Molti sono in Toscana, Emilia, Piemonte e Lombardia,
cui vanno sommati i cinquecento mercati della Coldiretti. A Roma c’è quello del Forte Prenestino: una domenica al mese il centro sociale allestisce un mega
banco di formaggi e verdure, che attira migliaia di visitatori. Il sindaco Gianni Alemanno di recente ne ha inaugurati due, nell’ex mattatoio di Testaccio e
nel vecchio mercato del pesce a Via di San Teodoro. Amministratori di destra e di sinistra hanno aperto spazi a Velletri, Torino, Venezia, Mestre, Benevento,
Milano.
Il giro d’affari è di due miliardi e 700 milioni di euro, i due terzi destinati a vino ed ortofrutta. I punti fondamentali da rispettare sono: stagionalità,
vendita locale con zero spese per i trasporti, creare luoghi conviviali per ritrovarsi insieme. E oltre agli slogan arrivano i soldi. Le aziende Probios e
Bioera incrementano i profitti, mentre una società del gruppo Burani ha fatturato 110 milioni di euro grazie a stuzzichini bio e simili. L’ultima frontiera
sarà costituita dalle community supporters, negli States già molto attive, da noi ribattezzati “gruppi d’acquisto solidale” (Gas).
Gente che insieme compra grandi quantità di cibo biologico da un unico produttore. La Bio Bank italiana (http://www.biobank.it/it/indexBIO.asp) dice
che nel 2008 il loro numero è aumentato del 35 per cento. In tutto il paese ufficialmente sono cinquecento, e il divario esistente tra Nord e Sud anche
qui è spaventoso: in Lombardia sono centoventi, mentre in Calabria solamente due. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Terra Madre e guru dello
sviluppo sostenibile vorrebbe convertire le community in coproduttori e lanciarle su tutto il territorio lombardo. Con l’obiettivo di utilizzare i
47 mila ettari del parco di Milano Sud, ora improduttivi, per rilanciare l’agricoltura.
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