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9960 - Sei a > L'opinione - 17/08/2011 - di Alex Sfera

Il teatrino della politica italiana


Il teatrino della politica italiana

Certamente avrete sentito usare spesso, da parte del mondo dell’informazione, l'espressione "teatrino della politica"... ma che significa? Per quale motivo il luogo in cui onorevoli deputati e senatori s’incontrano e (più di frequente) si scontrano, nelle loro concezioni, viene paragonato ad un qualcosa di così effimero, e in definitiva così “finto” (se non fosse che a teatro l’attore ammette fin dall’inizio il proprio inganno, e quindi è legittimato a recitare)?

Strano, considerando che invece tale ambito dovrebbe essere il 'tempio' dove le idee e le visioni dei singoli sulla società si confrontano, in un contrasto anche aspro, ma che comunque dovrebbe mantenersi sempre intellettualmente onesto e rispettoso dei metodi adottati. Invece si trasforma quasi sempre in un rifugium peccatoribus, terra di mezzo per gli avventurieri, gli avidi di denaro e di potere, e gli intrallazzatori di ogni risma, pronti a tutto pur di fare il colpaccio: sistemarsi a vita, assicurandosi una rete di relazioni tali da aprire le porte al numero più alto possibile di lauti affari e 'ammanicamenti' vari.

È utile, in tal senso, chiarire che la politica è solo il livello di rappresentanza di una serie d’interessi, (prima di tutto economici) che in Parlamento trovano la loro sede ufficiale per misurare i propri rapporti di forza.

È utile, in tal senso, chiarire che la politica è solo il livello di rappresentanza di una serie d’interessi, (prima di tutto economici) che in Parlamento trovano la loro sede ufficiale per misurare i propri rapporti di forza. Tempo fa, in una puntata della trasmissione televisiva In Onda, trasmessa su La7 e condotta da Luisella Costamagna e Luca Telese, il presidente del Partito Democratico, Rosy Bindi, sottolineava come l’Italia sia in balia della finanza, la quale è libera di fare il bello e il cattivo tempo nel momento in cui la politica abdica alle sue responsabilità, lasciando campo libero alla manina invisibile di Adam Smith.

I fautori delle teorie economiche neoclassiche continuano a sostenere che se lo Stato s’impicciasse meno nella regolamentazione dei rapporti economici, i mercati troverebbero da soli il loro miglior equilibrio possibile, e questa visione liberista (sempre secondo loro) consentirebbe della ricadute a pioggia sull’intera popolazione. Tale computo comprenderebbe anche le fasce sociali meno corazzate. Purtroppo tale realtà si verificherebbe solo nel momento in cui l'intera razza umana fosse completamente razionale nel rapporto con il proprio denaro, e ci  fosse una libera circolazione di tutte le informazioni. Ai neoliberisti ricordiamo che attualmente ci troviamo in epoca post-industriale,  definita l'era dell'informazione, dove la medesima è divenuta merce altamente ricercata e ancora non siamo giunti alla condivisione total-free.

Domanda: perché la politica ha abdicato al suo ruolo di regolamentazione dei mercati? Risposta: perché (qui da noi, ma anche in altre realtà occidentali) mentre le destre neo-liberiste si andavano affermando in lungo e in largo (fenomeno che risale ai primi anni ’80, con il cosiddetto “edonismo reaganiano”) nel frattempo la sedicente sinistra si è assai imborghesita, e uniformata alle concezioni che vanno ormai per la maggiore, all’interno di strati sempre più larghi della popolazione. Sono in molti a pensare che Berlusconi sia la causa della maggior parte dei mali italiani… ma in realtà è solo un effetto della crescente commercializzazione delle società: un fenomeno che la globalizzazione – avvenuta soprattutto a livello economico e men che mai sotto il profilo politico – ha accelerato fino a farlo diventare normale nella percezione generale dell’opinione pubblica, la quale è stata declassata dal grado di elettorato a quello di ‘popolo-di-consumatori’.

A questo è bene specificare che quando comprate un qualsiasi prodotto, sia esso un oggetto solido (utensile, elettrodomestico, etc.), piuttosto che un servizio (ad es. un viaggio) non state acquistando solo il bene in se, ma anche il valore aggiunto dato dal prestigio del brand (marca) che produce quel bene. Così, ad esempio, se acquistate l’automobile X non state comprando solo l’insieme delle caratteristiche tecniche di quel veicolo ma anche il prestigio che esprime, e che rappresenta il plus-valore per cui un prodotto notoriamente di qualità può risultare appetibile da un largo pubblico a cifre anche sostenute, sulla base di un rapporto di fiducia venutosi a creare tra il brand e la sua potenziale clientela (= è una marca notoriamente affidabile).

Tutti i prodotti “di marca” sono degli status symbol, desiderati perché esprimo a loro volta tutta una serie di significati che il prodotto X comunicherà a quanti vedono il signor Y guidare la sua vettura X che ha una serie di caratteristiche ritenute di maggiore o minor pregio. Ora: ciascuno punta, all’interno della società, di arrivare ad ottenere quei mezzi economici che gli permettano di comprare dei beni o servizi che a loro volta comunicheranno, agli altri, la personalità del proprietario che li ha acquistati.

Questa premessa, piuttosto lunga, era necessaria per poter poi dire che attualmente (quella che segue è un affermazione piuttosto pesante) il livello politico ‘ragiona’ con gli stessi parametri usati da chi ha il compito di ‘vendere’ un determinato prodotto e deve fare una ricerca di mercato per stabilire quanto interesse c’è nei confronti del proprio prodotto per stabilire le direttive da fornire al reparto produzione, incaricato di realizzare concretamente un prodotto Y o un servizio Z.
(continua nella prossima pagina...)

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