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9977 - Siete a > Giustizia e Sicurezza - 31/01/2012 - di Pitch Black

Parlare di mafia - a 4 € al pezzo - e finire sotto scorta


Parlare di mafia - a 4 € al pezzo - e finire sotto scorta

C’è un giornalista che in questi ultimi giorni è divenuto molto popolare tra gli addetti ai lavori, specialmente tra quelli che svolgono il loro mestiere con molta passione e pochi ritorni economici. Sfortunatamente tra i colleghi della TV, media mainstream per antonomasia, non c’è un eguale interesse nel dare risalto alla sua vicenda. Giovanni Tizian, questo il nome del giornalista precario, non deve ottenere troppa visibilità…

Debbono solo adottare la filosofia di vita del quieto vivere: non pestare i piedi ai potenti che mangiano a quattro palmenti. E la carriera è assicurata. La storia di Tizian non deve imprimersi nella coscienza della maggior parte dell’opinione pubblica, poiché altrimenti si comprenderebbe per intero quanto i guardiani del potere abbiano, ignobilmente, abdicato ai valori deontologici a cui li inchioderebbe la propria attività. Si vivrebbe la cosa in modo imbarazzante. E’ più semplice vivere senza dignità se sei solamente tu a riconoscere il tuo volto: c’è solo lo specchio di casa a darti fastidio, e non i tanti sguardi della gente a farti sentire in colpa.

Il fatto è che finora le cronache non hanno mai menzionato un qualche giornalista suicidatosi perché tormentato dai sensi di colpa.

Gli occhi insistenti e molesti di quei cittadini che il dogwatcher, il gatekeeper – bei termini che servono solo ad allontanare chi fa informazione dai sentimenti dei destinatari, conferendo un alone di sofisticate quanto spesso sconosciute competenze – o come volete chiamarlo, sta tradendo. Lo fa con consapevolezza e lucido calcolo affaristico. Non è dato di sapere se viene assalito da rimorsi, oppure abbia dei ripensamenti, mentre compie il suo “dovere”.

Il fatto è che finora le cronache non hanno mai menzionato un qualche giornalista suicidatosi perché tormentato dai sensi di colpa. Ogni tanto qualche criminale decide di farla finita… ma non così il professionista dell’informazione. È chiaro che devono esserci tanti “ragionieri” della notizia, ben attenti a non lasciarsi coinvolgere dal fiume delle ingiustizie che scorrono a fiotti nel nostro Bel Paese. Non è un servo qualsiasi, il giornalista di regime: è un vassallo lucido, che sa procedere con metodo e strategia bellica.

E’ il soldato perfetto, in questi tempi dove l’aristocrazia non si sosta più in una carrozza trainata da cavalli, ma sfreccia veloce a bordo di un aereo, piuttosto che sopra un treno a cuscinetti d’aria compressi. Sono i manager dell’energia, del petrolio, delle grandi banche[1]. Giovanni Tizian ha scritto di ndrangheta, quanto basta per finire nel mirino delle minacce: ora è sotto scorta. Giovanni è un precario: riceve 4 euro lorde al pezzo. Una vera miseria, considerato che in base agli standard stabiliti dall’Ordine dei giornalisti, un professionista dell’informazione non dovrebbe mai essere pagato meno di 60 euro ad articolo, ma questo vale per chi è regolarmente assunto. Non si parla mai dei precari del giornalismo… chissà perché.

Forse perché ai giornali fa immensamente comodo avere molta manodopera a buon mercato. È il prezzo che si paga quando al posto della dignità umana comandano le regole di mercato, quando al posto dei filosofi comandano gli economisti, per natura legati al loro egoismo razionale (in fondo anche questa una filosofia, anche se perversa). Così, per una volta, a fare da scorta a Giovanni Tizian sono stati i suoi colleghi: tutti insieme per dire no alle mafie e no allo sfruttamento degli editori. È stato questo il messaggio che il comitato, istituito dal coordinamento dei giornalisti precari di Roma “Errori di Stampa e dai lavoratori autonomi, free lance e parasubordinati di Stampa Romana, ha cercato di portare all’attenzione del Governo.

La cosa assurda è che il settore si regge in piedi solo perché ai professionisti ufficiali si affianca una sterminata galassia di anonimi sfruttati… poco più che ombre, ormai, nel mare magnum di un’informazione che – attenzione, eccola la perversione – è veicolata tenendo conto non di entrambi i criteri di notiziabilità di un evento (corrisponde alla somma che ha un evento quando è d'interesse presso il largo pubblico e presenta anche una rilevanza oggettiva in sé, che contribuisce a fornire nel cittadino un angolo di visuale utile alla formazione di un pensiero critico sulla società che ci circonda) ma solo ciò che si pensa possa essere appetibile per il largo pubblico.

La realtà è composta da una moltitudine che lavora a giornata, due euro al pezzo, 5 o dieci, poco importa che si parli del grande giornale piuttosto che della piccola testata locale. Tariffe da fame e pagamenti dilazionati sono diffusi a macchia d’olio, è il prezzo che paghiamo per aver aderito senza alcuna reticenza alla società dei consumi. In pratica il giornalismo sta diventando ormai un mestiere per ricchi, per quelli che possono farsi mantenere dalla famiglia fino a 40 anni e oltre. Non ci sono diritti né tutele. Niente ferie, malattia, maternità o pensione. Il precario è reperibile 24 ore su 24. Qui da noi sono 24 mila a fronte di 19mila assunti. E la precarietà sta assumendo i contorni di una condizione sistemica.

E’ per questo che i giornalisti sono tornati in piazza, avanzando al Governo la definitiva approvazione della legge sull’equo compenso e un disegno di legge che conceda i fondi solo a quegli editori che si impegnano a combattere il lavoro precario. Perché non si può assistere in silenzio allo stillicidio di una professione che è il sale della società civile.. e i primi ad arrabbiarsi dovrebbero essere proprio i cittadini, se ancora non sono stati completamente narcotizzati da una televisione che è arrivata negli ultimi anni al suo picco più basso in termini di qualità. La politica assiste pavida a questo andamento e non dice nulla, o se lo dice non fa seguire delle proposte di legge tese a far riacquistare al tubo catodico (almeno al servizio pubblico!) quella funzione pedagogica che era stata il fiore all’occhiello della tv del secondo dopoguerra.

Le conseguenze che derivano da questo stato dell’arte sono drammatiche: quanti usciti da ambienti agiati del genere, serviti e riveriti, avranno mai la volontà di diventare giornalisti d’inchiesta, pronti a indagare su verità scomode? Lo scenario che si paventa è avvilente: una cappa assoluta di omertà determinata non solo dalla paura di molti, ma anche da una sostanziale indifferenza da parte del tessuto civile “sano, cui nessuno direbbe più nulla, e se anche qualcosa trapelasse sarebbe sempre relativamente semplice far “disperdere” nel vasto oceano dell’informazione… basta mettere qualcosa di importante in mezzo a tanto ciarpame e l’utente finale non avrà mai, in un unico momento, uno “scatto” che riproduca fedelmente l’intera immagine del presente: il rischio è di vivere in un sistema che altera per default qualsiasi realtà.

Se non si possiedono tutti i tasselli del mosaico non si è in condizioni di ragionare in modo corretto: molte cose sfuggiranno dal proprio angolo di visuale a disposizione, e il risultato è quello di rimanere pressoché impermeabili a qualsiasi prospettiva “aliena” rispetto al nostro sereno e quieto vivere. Si vive in una bolla di sapone, comodi e ben protetti… ma si vive in un sistema falso. E se c’è qualche ingenuo che non ha ancora capito dove porta questa strada è bene esplicitarlo: conduce direttamente alla creazione di cellule terroristiche, che sfuggiranno a qualsiasi tipo di dialogo con i canali ufficiali. Il pericolo, poi, diventerà di natura subdola e sfuggente. Questa deriva verrà strumentalizzata dalle frange di estrema destra per attuare un sistema fondato sul terrore e la repressione. Di segnali, in questo senso, ce ne sono già diversi (vedi sobillatori interni al movimento dei forconi). Difficile però coglierli quando viaggiano in direzione opposta ai propri sogni…

di Pitch Black - 30 Gennaio 2012

Leggi anche: Perdere il padre a 6 anni

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