HOME PAGE        FOTOGALLERY     CONTATTI       VIDEO         ARCHIVIO        REGISTRATI         DOWNLOAD     COMMENTI       CHI SIAMO

                   A R E A   ISCRITTI

   E-mail  Password   

    
        16-11-2015. | THE NEWSPHERA BLOG
             SOMMARIO
  L'OPINIONE
  Politica
  Notizie dal mondo
  Arte e Cultura
  Economia e Finanza
  Tecnologia
  Salute e Benessere
  Costume e società
  Speciali e Inchieste
  Video
  Social Network
            RUBRICHE
  Malasanità
  Osservatorio Sociale
  Giustizia e Sicurezza
  Diritti Umani
  Guerre senza Pace
  Unione Europea
  Camera e Senato
  Istruzione
  Consumo Critico
  Media-Mente
  Ambiente
  Scienze
  Gossip 
  Cinema e Teatro
 

 

          NOVITÀ!

Download software free

Test ADSL
Misura gratuitamente la velocità del tuo sito

(c) speedtest-italy.com - Test ADSL

  Autori      

 

 

 

    

Al di là del bene e del male

 
9972 Siete a > Speciali e Inchieste - 05/03/2012 - di Rita Pennarola | La Voce delle Voci

Quello che non vi hanno detto sull'affondamento del Concordia


Quello che non vi hanno detto sull'affondamento del Concordia

C’è qualcosa che non torna nelle ricostruzioni sul naufragio. Quello che il comandante Schettino fin da subito non riesce a spiegare è il motivo, forse inconfessabile, che lo portò quella notte a dirigere la “sua” nave a tutta velocità contro scogli che lui stesso conosceva a memoria. Chi o che cosa lo spinsero a salire in plancia per la manovra “kamikaze”? Smentita clamorosamente la versione dell’“inchino”, vengono a galla fatti e personaggi che conducono tutti in Russia.

Assurdo. Impensabile. Nemmeno immaginabile. Sono solo alcuni dei termini usati nei forum del personale marittimo italiano, che comprende molti alti ufficiali, per definire quanto è avvenuto in quell’attimo preciso del 13 gennaio scorso, ore 21.40, a bordo del Costa Concordia, la più grande nave da crociera italiana, simbolo di un orgoglio nautico affondato quella tragica notte dinanzi all’isola del Giglio, trascinando con sé negli abissi, oltre alle vittime, le sorti dell’unico comparto nazionale con fatturati e occupazione in rapida ascesa: il settore crocieristico.

Lo sconcerto coglie in particolare i tanti membri del Forum che per anni avevano viaggiato su navi comandate da Francesco Schettino, considerato dalla stampa mondiale l’artefice del disastro, perché, dicono, conosceva il Concordia come le sue tasche e ancor di più il mar Tirreno, casa sua da oltre trent’anni di navigazione.

Nessun omaggio né inchino, ormai è certo, in una notte gelida e buia di gennaio. Per tutti gli aspetti del dopo-incidente  le ricostruzioni del comandante stanno trovando poco a poco conferme

Il punto, allora, ben oltre le ricostruzioni gossippare che hanno colorito le cronache della tragedia, e anche al di là delle responsabilità successive all’urto, è precisamente questo: cosa può aver indotto il comandante di lungo corso Schettino a salire in plancia, quando la nave aveva già una rotta super-sicura programmata, sostituire la navigazione manuale a quella del pilota automatico e dirigere personalmente la nave contro gli scogli delle Scole, segnalati perfino nelle mappe per villeggianti e che lui stesso conosceva alla perfezione, per aver navigato decine di volte in quelle acque, inchini compresi?

Del resto, è proprio questa l’unica domanda alla quale Schettino non ha mai saputo dare risposte precise fin dal primo, lungo interrogatorio del 17 gennaio. Dinanzi ai PM di Grosseto farfuglia. S’inventa subito la storia dell’inchino, pur sapendo che a smentirla ci sarebbero stati tutti: a cominciare dal comandante Mario Palombo, cui sarebbe stato rivolto il presunto “omaggio”.

Spiega il P.M. Alessandro Leopizzi a Schettino, che aveva appena detto la bugia: «Il comandante Palombo si è detto sorpreso da quell’accostamento perché dal punto di vista turistico, ci racconta Palombo, era privo di senso, nel senso che non era navigazione turistica a gennaio col Giglio praticamente semideserto anche da un punto di vista delle luminarie, mentre invece tutte le altre accostate, quelle regolarmente pianificate dalla compagnia, erano state fatte ad agosto in occasione delle feste patronali.»

Allora Schettino tira fuori un’altra scusa: fare un piacere al maitre Antonello Tievoli (foto sotto), originario del Giglio: «Era una cortesia - dice - che mi aveva chiesto Antonello e dissi “Va bene, se ci sta il comandante Palombo a terra la facciamo, altrimenti no”». Palombo sull’isola non c’era. Si trovava nella sua casa di Grosseto.

Due giorni dopo il disastro è il padre di Tievoli a smentire categoricamente Schettino: «La nave passa ogni settimana e ogni settimana mio figlio ci avverte, ma non ha mai chiesto di passare così vicino, né lo ha fatto stavolta. Ci mancherebbe. La nave è sempre passata almeno a 400 metri di distanza, questa volta è andata sopra gli scogli. Non credo proprio che il comandante volesse fare un omaggio a mio figlio. Venerdì c’è stato un errore, qualcosa è andato storto.» Già. Ma che cosa?

Nessun omaggio né inchino, ormai è certo, in una notte gelida e buia di gennaio. Per tutti gli aspetti del dopo-incidente (le manovre, le scelte difficili di accostare la nave quanto più possibile alla riva per lo sbarco dei passeggeri), le ricostruzioni del comandante stanno trovando poco a poco conferme. Ma il buco nero resta proprio nei circa 20 minuti che hanno preceduto quel fatale momento: perché Schettino decide di accostare velocemente sotto gli scogli, dichiarando agli inquirenti addirittura di aver visto la scena dell’impatto “a occhio nudo”, dentro una plancia che, come in tutte le grosse navi da crociera, è più attrezzata della cabina di un super jet? Il motivo, la ragione inconfessabile, quella che il comandante non può spiegare, è sicuramente un’altra. Schettino sa e non parla. Probabilmente, non può.

Così come non possono confessarla, quella verità, gli alti ufficiali o le altre persone dell’equipaggio (forse qualcuno fra i quattro indagati del personale di bordo, oltre a Schettino e al suo secondo, Ciro Ambrosio) che ne erano a conoscenza. Tanto da non poter impedire l’accostamento stretto agli scogli del Giglio. Una verità che oggi si sussurra a mezza bocca. C’era qualcuno che doveva calarsi in mare velocemente dalla nave e raggiungere l’isola, o qualcosa da sganciare nell’area marina degli scogli ad essa limitrofi? Schettino - e chi con lui sapeva - furono costretti a quel passaggio azzardato, ma destinato ad andare ben diversamente, senza danni? Da chi fu indotto, e perché?

In un modo o nell’altro, grazie al lavoro tenace degli inquirenti, una verità dovrà venire a galla, senza ombre. Lo si deve a quei 25 morti nel naufragio ed ai sette dispersi accertati ufficialmente. Sempre che non ve ne siano stati altri, di passeggeri a bordo, non dichiarati.

Shaboo a bordo! La ricostruzione della Voce prende le mosse da alcune circostanze inedite di tutta la vicenda. Particolari che potrebbero condurre molto vicini alle vere ragioni del folle gesto, di quel brusco accostamento di una nave da 117mila tonnellate alla costa rocciosa. Era insomma come se Schettino “dovesse” passare rapidamente in prossimità di quello scoglio, risultato fra l’altro di proprietà privata (come ha svelato il programma Quarto Grado, appartiene all’ultima anziana discendente della famiglia Rossi, gigliese). Per quale ragione? Ed è mai possibile che una “isoletta” accatastata regolarmente non fosse segnalata nelle mappe, come dice Schettino a botta calda ai PM?

Il comandante, è stato accertato dalle perizie, era sobrio e non faceva uso di stupefacenti. Le lievi “contaminazioni” da cocaina rinvenute sui capelli sono risultate “accidentali”. Di quella polvere, a bordo, doveva essercene. E non è una gran novità. Davvero. Perché quattro anni fa, solo quattro anni fa, a bordo del Concordia furono arrestati sette marittimi filippini che utilizzavano i viaggi dell’ammiraglia di casa Costa, soprattutto quelli che facevano scalo in Spagna, per trasportare un micidiale allucinogeno, lo Shaboo. «Le navi da crociera - spiega un ambientalista, Giovanni D’Agata - sono un canale considerato appetibile dai trafficanti di droga, soprattutto quelle che seguono rotte molto vicino alla costa e quindi meno controllate rispetto ai porti».

L’operazione del 2008 era stata condotta dalla polizia marittima di Savona - snodo di quello spaccio clandestino via mare - in collaborazione con la Dea di Miami e con i colleghi spagnoli. Barcellona e dintorni sono infatti diventate un avamposto mondiale per i trafficanti di stupefacenti, come dimostrano, da ultimi, i sequestri a raffica di ingenti capitali e immobili sulla Costa del Sol, a Tenerife o alle Canarie, disposti dalla DDA partenopea ai danni di narcotrafficanti affiliati alla criminalità organizzata campana, in primis i clan dell’area maranese e vesuviana. Traffici - si legge nei più recenti rapporti dell’Antimafia - che in tempi di globalizzazione spinta vengono oggi gestiti su scala internazionale, attraverso “cartelli” comprendenti le sempre più agguerrite e potenti mafie di altri Paesi. (Continua nella prossima pagina...)

pagina 1 - 2 - 3

 

Commenta l'articolo>>>
 

I commenti dei lettori

 

 

Segui  NewSphera

-----------------------

NewSphera Magazine

 

 

 



                                              Home   webmaster  Contatti    Registrati 

Copyright © Tecnologie Aperte 2003  http://www.newsphera.it