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Al di là del bene e del male

 
9995 - Siete a > Istruzione - 30/03/2012 - di Piero Bevilacqua

La sfida ai saperi, la sfida dei saperi


La sfida ai saperi, la sfida dei saperi

Sabato 31 marzo 2012, alle ore 10,30 nell'Aula I della Facoltà di Lettere dell'Università di Roma "La Sapienza", si terranno gli Stati generali dell’Università, un'assemblea nazionale sui problemi dell'istruzione superiore e più in generale della formazione in Italia. Punto di partenza dell'iniziativa è l'appello l'Università che vogliamo, lanciato da Piero Bevilacqua e Angelo d'Orsi, pubblicato su “il manifesto” del 22 gennaio 2012 e su “Micromega online” e sottoscritto da oltre 750 docenti e personale incardinato, oltre a 150 non inquadrati.

Punto di partenza dell'iniziativa è l'appello l'Università che vogliamo, lanciato da Piero Bevilacqua e Angelo d'Orsi, pubblicato su “il manifesto” del 22 gennaio 2012 e su “Micromega online” e sottoscritto da oltre 750 docenti e personale incardinato, oltre a 150 non inquadrati.
Ad essa prenderanno parte docenti delle varie Facoltà di tutta Italia, presidi,
ricercatori, dottorandi, personale amministrativo, insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, istituzioni culturali, editori. In questa occasione intendiamo dar voce a chi, in tutti questi anni di riforme imposte dall'alto, non è mai stato ascoltato, a chi lavora nella scuola e nell'Università, a chi vive problemi crescenti è non ha né luoghi né occasioni per renderli oggetto di pubblico dibattito.
Quella che segue è la relazione introduttiva ai lavori che terrà Piero Bevilacqua.

Crediamo che per comprendere quanto è accaduto e sta accadendo oggi all'Università e alla scuola, al mondo della formazione nel suo insieme, dobbiamo uscire fuori dalle aule e dai corridoi, dagli spazi ristretti delle istituzioni in cui ognuno di noi opera. Dobbiamo gettare uno sguardo, ma uno sguardo molto ampio, fuori dal nostro delimitato recinto. E la prima operazione da fare è prendere atto che, certo, ci occupiamo soprattutto dell'Italia, ma non possiamo restare confinati nella provincia italiana. Il problema è mondiale, riguarda tutte le società del nostro tempo. Lo ricordiamo con le parole dell'umanista americana Martha Nussbaum:
«Ci troviamo nel bel mezzo di una crisi di proporzioni inedite e di portata globale. Non mi riferisco alla crisi economica mondiale che è iniziata nel 2008.(...) Mi riferisco invece a una crisi che passa inosservata, che lavora in silenzio, come un cancro una crisi destinata ad essere, in prospettiva, ben più dannosa per il futuro della democrazia: la crisi mondiale dell'istruzione.

«Ci troviamo nel bel mezzo di una crisi di proporzioni inedite e di portata globale. Non mi riferisco alla crisi economica mondiale che è iniziata nel 2008.(...)

Sono in corso radicali cambiamenti riguardo a ciò che le società democratiche insegnano ai loro giovani e su tali cambiamenti non si riflette abbastanza. Le nazioni sono sempre più attratte dall'idea del profitto esse e i loro sistemi scolastici stanno accantonando, in maniera del tutto scriteriata, quei saperi che sono indispensabili a mantenere viva la democrazia. Se questa tendenza si protrarrà, i paesi di tutto il mondo ben presto produrranno generazioni di docili macchine anziché cittadini a pieno titolo, in grado di pensare da sé, criticare la tradizione e comprendere il significato delle sofferenze della altre persone.

Il futuro delle democrazie di tutto il mondo è appeso a un filo.»

(Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, il Mulino 2011, pp.21-22)

Ora, noi crediamo che riusciremo ad afferrare le ragioni prime di questa crisi, a capire i problemi che investono i nostri ordinamenti e i nostri studi, solo affondando bene lo sguardo nelle tendenze profonde del capitalismo attuale. Sol comprendendo bene dove ci trascina il motore che guida la macchina delle società del nostro tempo. Senza tale capacità di analisi, non solo comprendiamo poco di quanto ci accade intorno, restiamo irretiti nell'angusta e moralistica cucina locale dei “colleghi che non capiscono” del “Rettore che sbaglia” et similia. Non solo questo. Rischiamo di trasformarci negli agenti inconsapevoli di un'opera senza precedenti di assoggettamento e di emarginazione dei saperi e delle nostre istituzioni formative.

Perché questa analisi? Perché è cambiato qualcosa di profondo nel meccanismo dell'accumulazione capitalistica e nel rapporto tra questa e la società circostante. Studi innumerevoli ci hanno mostrato come il capitalismo degli ultimi decenni ha fagocitato nei propri processi di valorizzazione quasi tutti gli ambiti prima ricadenti sotto il dominio pubblico: l'acqua, la terra, la biodiversità, il patrimonio genetico. Oggi appare alla luce del sole che esso ha gravemente indebolito e talora compromesso gli strumenti tradizionali della democrazia rappresentativa: i sindacati e i partiti. E ormai tiene in scacco non pochi stati sovrani. Non sarebbe considerato per lo meno bislacco chi pensasse che l'Università può restare indenne da tale assedio?

Naturalmente qui non c'è spazio per una disamina di come opera tale meccanismo, in cui è diventato netto il dominio del capitale finanziario. Possiamo tuttavia privilegiare almeno un aspetto, che ci serve per cogliere le torsioni economicistiche che il mondo della formazione subisce giorno dopo giorno. Questo aspetto è il rapporto tra scuola, Università e mercato del lavoro. Ora, gli storici sanno bene che in età contemporanea - nell''800 come in gran parte del XX secolo - è sempre esistito un nesso fra mondo degli studi e mercato del lavoro. Alcune Facoltà sono sorte o si sono ampliate per rispondere alla domanda crescente di grandi tecnici provenienti dall'industria in pieno sviluppo.

Facoltà come Ingegneria, Chimica, Agraria, Fisica, ecc. talora sono sorte proprio allora come componenti del processo di industrializzazione delle società occidentali. Ma a quel tempo le sfere del mondo produttivo e quelle della formazione e del sapere erano, e non solo formalmente, abbastanza autonome, anche se concorrenti a un medesimo fine. Come ha scritto Zygmunt Bauman «davano l'impressione di tenersi a reciproca distanza» (Modernità liquida, Laterza 2011, p. 54).

Vogliamo dire che la ricerca scientifica, anche quando immediatamente più vicina agli interessi materiali della produzione, conservava una sua autonomia, una sfera più o meno ampia di ricerca disinteressata della conoscenza e della scoperta. Allora le classi dirigenti europee e americane dell''800 e di buona parte del '900 non erano ossessionate dalla crescita economica. Non guardavano al mondo degli studi come a una leva immediata di accrescimento del PIL, il totem di una nuova epoca di superstizione di massa. Possedevano una visione più equilibrata dello sviluppo economico e non guardavano solo ad esso. Tanto è vero che hanno sostenuto studi umanistici fondamentali, quegli stessi che le classi dirigenti del nostro tempo tendono oggi a mettere nell'angolo, perché considerati vecchi, improduttivi, incapaci di dare alla gioventù sbocchi di lavoro. Sono state le borghesie di quel tempo a far vivere l'epigrafia latina e l'etruscologia, le lingue dell'Oriente antico o la filologia romanza, anche quando i corsi dei loro docenti non erano certo affollati.

Oggi sempre meno è così. Oggi, l'Università è chiamata a servire sempre più direttamente i bisogni del mercato del lavoro di un capitalismo dominato dalla cultura del breve termine. Una cultura affamata di ritorni rapidi degli investimenti, com'è nell'intima natura del capitale finanziario, che investe danaro per trasformarlo in altro denaro, senza passare per i tempi lunghi della produzione. La pressione si manifesta in più modi, non solo nell'evidente emarginazione degli studi umanistici considerati poco utili alla crescita. Si tende, ad esempio, ad accorciare i tempi della formazione di un ingegnere, che deve possedere meno cultura scientifica generale e più saperi immediatamente professionalizzanti, così da potere essere più prontamente utilizzabile dalle imprese. In questo modo si hanno più ingegneri, in meno tempo, con meno spesa per la loro formazione. Ma quegli ingegneri, formatisi sulle tecnologie di oggi, privi di una solida base scientifica generale, rischiano tra 10 anni di diventare obsoleti, di essere messi fuori gioco dall'innovazione incessante che investe il mondo produttivo e dei servizi.

Ma la pressione si manifesta anche in altro modo. Ad esempio, con la fioritura delle business school. Istituti da cui nascono i nuovi manager coi denti affilati, pronti alla guerra economica e finanziaria che si combatte nell'arena mondiale. Nel 2009 il numero di tali scuole, che nel mondo rilasciavano dei diplomi di business administration, erano stimate a ben 3.685 (G. Corm, Le nouveau gouvernement du monde, Editions La Découverte, 2010, p.132). Tutto questo a prescindere da quanto accade nelle vecchie Facoltà di Economia, dove dominano curricula incentrati su gestione d'impresa, matematica finanziaria, pubblicità e gestione, marketing, modellizzazione e previsione, economia aziendale, ecc. Tutti saperi strumentali finalizzati a scopi professionali immediati. Ma il processo di assoggettamento riguarda anche le Facoltà umanistiche. Rientrano in pieno in questa tendenza le riforme del cosiddetto Tre più Due e l'introduzione dei crediti quali criteri di valutazione della preparazione degli studenti. Altri colleghi si incaricheranno di entrare nel merito di questi singoli aspetti.

Ma io vorrei qui almeno velocemente ricordare quale sia la modificazione profonda realizzata dalla diffusione dei crediti nei nostri studi. Non voglio neppure accennare allo squallido spettacolo cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, dei nostri ragazzi ridotti a confusi questuanti, smarriti nei corridoi delle nostre Facoltà, alla ricerca dei punti che servivano e servono loro a comporre un percorso di formazione diventato sempre più difficoltoso ed astruso. Quello che è sfuggito e continua a sfuggire a tanti pur bravi e stimabili colleghi è la modificazione radicale che ha subito la cultura, la riflessione critica, la dimensione spirituale del sapere. È ancora lecito usare il termine spirituale? I ragazzi sono stati forzati a considerare i propri studi, le proprie letture, riflessioni, pensieri, come racchiudibili in quantità definite, soggette a misurazione.

La cultura è stata ridotta in pezzi, in quantità calcolabili, simili alle merci che escono da un normale flusso produttivo delle nostre manifatture. In questo modo, depotenziata l'intelligenza critica, anche i portatori di culture umanistiche sono plasmati a un pronto uso di carattere aziendale, da inserire utilmente nel mondo dei servizi e dell'amministrazione. E sempre in questa stessa tendenza si iscrive lo sforzo, oggi in atto nelle Università italiane, di organizzare un sistema di valutazione per controllare la produttività scientifica dei docenti, in maniera non dissimile da quanto già avviene, ad esempio, nel Regno Unito. So di essere altamente impopolare su questo punto, su cui interverranno altri colleghi in maniera approfondita. Perciò, benché rapido, cerco di essere il più chiaro possibile. (Continua nella prossima pagina...)

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