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Al di là del bene e del male

 
9994 - Siete a > Istruzione - 30/03/2012 - di Piero Bevilacqua

La sfida ai saperi, la sfida dei saperi - pag2


La sfida ai saperi, la sfida dei saperi - pag2

Sono pienamente convinto che chi rivendica l'Università pubblica deve farsi anche carico della trasparenza della sua vita interna. Lo stipendio dei docenti è pagato anche con le tasse della fiscalità generale, cui contribuiscono gli operai, quegli stessi operai che in molti casi non possono neppure mandare i propri figli all'Università. È evidente, dunque, che tutti i docenti debbono dar conto della propria operosità.

È evidente, dunque, che tutti i docenti debbono dar conto della propria operosità. Ma occorre affidare tale trasparenza a dispositivi agili e molto mediati. Costruire un sistema di controllo affidato a criteri bibliometrici può condurre nel giro di pochi anni a uno scadimento grave della qualità culturale dei nostri studi, perché spingerà tutti ad essere formalmente in regola col numero di “prodotti”.

Mentre le ricerche di lunga lena, che richiedono tempo, quelle che è difficile misurare, ma che producono le grandi conoscenze e le grandi svolte culturali, saranno abbandonate. Si rischia, al contrario, di costruire un complicato sistema panottico di controllo, che assorbirà energie e risorse alla ricerca e al rapporto con gli studenti. Come ha ricordato Derek Bok, vecchio docente di Harvard, cercare di adottare il modello aziendale, tentare di misurare il rendimento «è molto più difficile e pericoloso per le università di quanto sia per le imprese commerciali.» (Universities in the Marketplace. The Commercialization of Higher Education, Princeton University Press, 2003, p 30).

Va in questa stessa direzione, in Italia, l'introduzione della figura del ricercatore a tempo determinato sulla base dell'art. 24. della cosiddetta riforma Gelmini.

Va in questa stessa direzione, in Italia, l'introduzione della figura del ricercatore a tempo determinato sulla base dell'art. 24. della cosiddetta riforma Gelmini. Quella norma non solo inserisce la precarietà del lavoro anche nelle istituzioni dell'alta formazione, ma costituisce, con ogni evidenza, la premessa per una nuova pagina di conformismo scientifico, destinata a degradare gravemente la qualità dei nostri studi nel prossimo avvenire. I nuovi ricercatori, infatti, hanno tre anni di tempo per essere riconfermati per un altro biennio, prima di poter partecipare a un concorso.

Ma in quel triennio, e nel successivo biennio, quali studi e ricerche intraprenderanno se non quelli che il docente anziano di turno deve convalidare? E quindi chi correrà i rischi di percorsi originali e innovativi? È chiaro, inoltre, che i ricercatori avranno fretta di mostrare la propria “produttività”, di dare ai propri studi una immediata visibilità. E, in una condizione di così evidente precarietà e ricattabilità personale, quali grandi progetti di ricerca di lunga durata avranno mai la forza di intraprendere? Si deve pensare a forme premiali o sanzionatorie per evitare parassitismi insostenibili. Ma bandendo la precarietà di partenza. Non è una questione di poco conto, ma uno snodo drammaticamente rilevante. Facciamo osservare che questa modalità di reclutamento costituisce il meccanismo di avvio alla carriera universitaria, il modo fondativo in cui le figure intellettuali si riprodurranno in Italia nei prossimi anni. Qui - dovrebbe essere ben evidente a tutti - è apertamente previsto e progettato il declino culturale del nostro Paese. Com'è noto, almeno una parte di queste novità che traducono le esigenze del capitalismo in aggiustamenti delle istituzioni formative - provengono dal cosiddetto “processo di Bologna”, avviato nel 1999. Ora, voglio subito dichiarare che anche chi critica radicalmente gli indirizzi di quel processo - come chi scrive - deve riconoscere che esso conteneva un progetto dotato di una sua dignità e di una sua logica. Quel programma, nel momento in cui si formava l'Unione Europea, doveva costituire un asse fondamentale di tutto il disegno: fare della formazione scolastica e universitaria la leva per dare all'economia sociale di mercato dell'Europa una superiore forza competitiva, soprattutto rispetto agli USA.

Non a caso, la cosiddetta strategia di Lisbona, varata nel 2000, prevedeva che ciascuno stato dell'Unione impiegasse il 3% del proprio PIL alla ricerca per lo sviluppo. Le intenzioni erano lodevoli, ma avevano in sé tutte le contraddizioni e le premesse fondamentali per fallire. Non solo perché gli investimenti previsti non ci sono stati, e in Italia, come è noto, sono stati meno che altrove. Non solo per i mezzi impiegati, che tendevano e tendono - come nel caso dei crediti e del Tre più Due - a subordinare gli ordinamenti degli studi a imperativi culturali di breve termine, tipici del capitalismo con cui si voleva competere. Ma soprattutto per ragioni più sostanziali, che hanno a che fare ancora una volta con i caratteri del capitalismo del nostro tempo e con la specifica situazione storica che ci troviamo a vivere.

Ricordo che negli anni '90 l'analisi sociale, tanto in Europa che negli USA, è stata abbagliata, in certi casi accecata, da un formidabile miraggio: la nascita di una nuova società, la “società della conoscenza”. Internet e i progressi continui dell'informatica avevano fatto pensare a una nuova era dello sviluppo, nella quale addirittura sarebbero scomparsi i cicli economici e che soprattutto avrebbero offerto milioni di nuovi posti di lavoro di elevata qualità culturale. Era con questa magnifica costruzione ideologica che l'Europa doveva misurarsi, per essere almeno alla pari con le terre dove l'Eldorado era stato scoperto.

Com'è noto, quella luminosa prospettiva è naufragata rovinosamente. Dopo gli anni '90 il motore economico si è imballato del tutto e poi è venuto il tracollo in cui a tutt'oggi annaspiamo. 

Credo che, pur nella brevità di queste note, sia importante cercare di capire il perché di un tale fallimento. Innanzi tutto occorre dire che c'erano molte premesse infondate nel mito della società della conoscenza. Essa non poteva certo sostituire le manifatture. È vero che oggi i cittadini del mondo consumano molti più servizi, saperi, informazioni, cultura, intrattenimento di un tempo. Ma essi continuano a mangiare, a usare attrezzi, comprare oggetti, a viaggiare, a vestirsi. Essi cioè hanno bisogno di una industria manifatturiera. Industria che peraltro ha visto diminuire i propri addetti, sia per le varie ondate di ristrutturazioni, che per le delocalizzazioni sempre più ampie dell'apparato produttivo americano e in generale del “Primo mondo”. Com'è stato osservato da molti analisti, la crescita dell'occupazione in USA, nei “magnifici anni Novanta” è stata prevalentemente femminile ed ha riguardato i servizi non qualificati: imprese di pulizia, ristorazione, trasporti. È nato effettivamente un nuovo strato di figure lavorative ad alta qualificazione, grazie soprattutto all'informatica, alla biotecnologia e alla finanza. Si tratta di uno strato certo significativo, ma ristretto che si è formato accanto ai lavori tradizionali.

Il modello di sviluppo americano fondato sull'alta tecnologia era un paravento ideologico. Il processo di accumulazione in realtà si è fondato e continua a fondarsi, per un verso, certo, sulla ricerca e invenzione di nuovi prodotti d'avanguardia, ma soprattutto su una condizione storica di straordinario vantaggio politico del capitalismo sulla classe operaia. Questo vantaggio è costituito dall'immenso serbatoio di forza lavoro a buon mercato che si è venuto formando in Cina, Vietnam, India, Messico, ecc. Oltre, naturalmente, alla possibilità di esercitare un decisivo potere di ricatto sugli operai del Paese d'origine. Il capitalismo americano investe certamente ingenti somme nella ricerca e nell'innovazione, ma fonda il suo processo di accumulazione sui salari da fame e la mancanza di tutela dei lavoratori del Sud e dell'Est del mondo, e al tempo stesso sui bassi salari e l'intensità di lavoro degli operai americani.

Vi ricordo che la produzione dell'iPad, il gioiello della Apple, il simbolo più smagliante della società dell'informazione, è costruito oggi negli stabilimenti della Foxcom Technology, a Shenzen, in Cina. Qui dal 2010 18 giovani si sono uccisi per l'insostenibilità dei ritmi di lavoro, oltre che per i miseri salari (si veda il servizio del Manifesto del 14 Marzo 2012). Dunque è con questo modello di accumulazione che il capitalismo europeo doveva competere. Un modello nel quale lo standard più basso di remunerazione del lavoro trascina verso il basso l'intera competizione intercapitalistica mondiale. Un modello, lo stesso che sta adottato gran parte dell'Europa, che ha riportato la durata del lavoro operaio in USA a livelli ottocenteschi, ha intensificato i ritmi lavorativi, ha tenuto bassi i salari, ha emarginato e impoverito la middle class, spingendo le famiglie a indebitarsi e a gonfiare la gigantesca bolla immobiliare da cui è nata la crisi del 2008.

Non vi appaia, questa rapida riflessione sul capitalismo americano, una divagazione. Serve a mostrare un passaggio storico evidente. Perfino il Paese che più ha investito in cultura, ricerca e formazione, ma che ha perseguito un modello di accumulazione affidato alla libertà dei mercati, ha fallito. Quel modello ha creato una società devastata dalla disuguaglianza, dove le nuove generazioni non hanno più la speranza di avere una qualità di vita pari a quella dei genitori, e ha generato la più grave crisi mondiale degli ultimi 80 anni. Nel frattempo, migliaia di giovani che avevano “investito” nella propria formazione sono oberati di debiti con le banche.

Tale presa d'atto ci spinge a porci la domanda: è questo il modello che dobbiamo seguire? Le nostre Università devono piegarsi alle esigenze del mercato del lavoro così come le forze produttive dominanti lo vengono modellando ? Il mondo della formazione e degli studi deve essere al traino di queste tendenze? Non si dica che l' Europa ha intrapreso una strada diversa dagli USA. Se mai l'aveva intrapresa, essa è scomparsa ormai alla vista. Non ha affermato il presidente della BCE, Mario Draghi, che il welfare europeo è ormai «superato»? (Corriere della Sera Economia del 23.2.2012). Non ha dichiarato il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, che occorre «che si lavori di più, in più e più a lungo»? (La Stampa, del 7.3.2012). Noi aspettiamo con ansia che venga ripristinato il lavoro notturno delle donne e dei fanciulli, così che il nostro avanzare “verso il futuro”, come dicono i riformatori, vale a dire verso l''800 della prima rivoluzione industriale, sia completo. (Continua nella prossima pagina...)

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