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È evidente, dunque, che tutti i docenti debbono dar conto della propria
operosità. Ma occorre affidare tale trasparenza a dispositivi agili e molto
mediati. Costruire un sistema di controllo affidato a criteri bibliometrici
può condurre nel giro di pochi anni a uno scadimento grave della qualità
culturale dei nostri studi, perché spingerà tutti ad essere formalmente in
regola col numero di “prodotti”.
Mentre le ricerche di lunga lena, che richiedono tempo, quelle che è
difficile misurare, ma che producono le grandi conoscenze e le grandi svolte
culturali, saranno abbandonate. Si rischia, al contrario, di costruire un
complicato sistema panottico di controllo, che assorbirà energie e risorse
alla ricerca e al rapporto con gli studenti. Come ha ricordato
Derek Bok, vecchio
docente di Harvard, cercare di adottare il modello aziendale, tentare di
misurare il rendimento «è molto più difficile e pericoloso per le
università di quanto sia per le imprese commerciali.» (Universities
in the Marketplace. The Commercialization of Higher Education, Princeton
University Press, 2003, p 30). |
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Va in
questa stessa direzione, in Italia, l'introduzione della figura del
ricercatore a tempo determinato sulla base dell'art. 24. della
cosiddetta riforma Gelmini. |
Va in
questa stessa direzione, in Italia, l'introduzione della figura del
ricercatore a tempo determinato
sulla base dell'art. 24. della cosiddetta riforma Gelmini. Quella norma
non solo inserisce la precarietà del lavoro anche nelle istituzioni
dell'alta formazione, ma costituisce, con ogni evidenza, la premessa per
una nuova pagina di conformismo scientifico, destinata a degradare
gravemente la qualità dei nostri studi nel prossimo avvenire. I nuovi
ricercatori, infatti, hanno tre anni di tempo per essere riconfermati
per un altro biennio, prima di poter partecipare a un concorso. |
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Ma in quel
triennio, e nel successivo biennio, quali studi e ricerche intraprenderanno
se non quelli che il docente anziano di turno deve convalidare? E quindi chi
correrà i rischi di percorsi originali e innovativi? È chiaro, inoltre, che
i ricercatori avranno fretta di mostrare la propria “produttività”, di dare
ai propri studi una immediata visibilità. E, in una condizione di così
evidente precarietà e ricattabilità personale, quali grandi progetti di
ricerca di lunga durata avranno mai la forza di intraprendere? Si deve
pensare a forme premiali o sanzionatorie per evitare parassitismi
insostenibili. Ma bandendo la precarietà di partenza. Non è una questione di
poco conto, ma uno snodo drammaticamente rilevante. Facciamo osservare che
questa modalità di reclutamento costituisce il meccanismo di avvio alla
carriera universitaria, il modo fondativo in cui le figure intellettuali si
riprodurranno in Italia nei prossimi anni. Qui - dovrebbe essere ben
evidente a tutti - è apertamente previsto e progettato il declino culturale
del nostro Paese. Com'è noto, almeno una parte di queste novità che
traducono le esigenze del capitalismo in aggiustamenti delle istituzioni
formative - provengono dal cosiddetto “processo di Bologna”, avviato
nel 1999. Ora, voglio subito dichiarare che anche chi critica radicalmente
gli indirizzi di quel processo - come chi scrive - deve riconoscere che esso
conteneva un progetto dotato di una sua dignità e di una sua logica. Quel
programma, nel momento in cui si formava l'Unione Europea, doveva costituire
un asse fondamentale di tutto il disegno: fare della formazione scolastica e
universitaria la leva per dare all'economia sociale di mercato dell'Europa
una superiore forza competitiva, soprattutto rispetto agli USA.
Non a caso,
la cosiddetta strategia di Lisbona,
varata nel 2000, prevedeva che ciascuno stato dell'Unione impiegasse il 3%
del proprio PIL alla ricerca per lo sviluppo. Le intenzioni erano lodevoli,
ma avevano in sé tutte le contraddizioni e le premesse fondamentali per
fallire. Non solo perché gli investimenti previsti non ci sono stati, e in
Italia, come è noto, sono stati meno che altrove. Non solo per i mezzi
impiegati, che tendevano e tendono - come nel caso dei crediti e del Tre più
Due - a subordinare gli ordinamenti degli studi a imperativi culturali di
breve termine, tipici del capitalismo con cui si voleva competere. Ma
soprattutto per ragioni più sostanziali, che hanno a che fare ancora una
volta con i caratteri del capitalismo del nostro tempo e con la specifica
situazione storica che ci troviamo a vivere.
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Ricordo che negli anni '90 l'analisi
sociale, tanto in Europa che negli USA, è stata abbagliata, in certi
casi accecata, da un formidabile miraggio: la nascita di una nuova
società, la “società della conoscenza”.
Internet e i progressi continui dell'informatica avevano fatto pensare a
una nuova era dello sviluppo, nella quale addirittura sarebbero
scomparsi i cicli economici e che soprattutto avrebbero offerto milioni
di nuovi posti di lavoro di elevata qualità culturale. Era con questa
magnifica costruzione ideologica che l'Europa doveva misurarsi, per
essere almeno alla pari con le terre dove l'Eldorado era stato scoperto. |
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Com'è noto, quella luminosa prospettiva è
naufragata rovinosamente. Dopo gli anni '90 il motore economico si è
imballato del tutto e poi è venuto il tracollo in cui a tutt'oggi
annaspiamo. 
Credo che, pur nella brevità di
queste note, sia importante cercare di capire il perché di un tale
fallimento. Innanzi tutto occorre dire che c'erano molte premesse infondate
nel mito della società della conoscenza. Essa non poteva certo sostituire le
manifatture. È vero che oggi i cittadini del mondo consumano molti più
servizi, saperi, informazioni, cultura, intrattenimento di un tempo. Ma essi
continuano a mangiare, a usare attrezzi, comprare oggetti, a viaggiare, a
vestirsi. Essi cioè hanno bisogno di una industria manifatturiera. Industria
che peraltro ha visto diminuire i propri addetti, sia per le varie ondate di
ristrutturazioni, che per le delocalizzazioni sempre più ampie dell'apparato
produttivo americano e in generale del “Primo mondo”. Com'è stato osservato
da molti analisti, la crescita dell'occupazione in USA, nei “magnifici anni
Novanta” è stata prevalentemente femminile ed ha riguardato i servizi non
qualificati: imprese di pulizia, ristorazione, trasporti. È nato
effettivamente un nuovo strato di figure lavorative ad alta qualificazione,
grazie soprattutto all'informatica, alla biotecnologia e alla finanza. Si
tratta di uno strato certo significativo, ma ristretto che si è formato
accanto ai lavori tradizionali.
Il modello di sviluppo americano fondato
sull'alta tecnologia era un paravento ideologico.
Il processo di accumulazione in realtà si è fondato e continua a fondarsi,
per un verso, certo, sulla ricerca e invenzione di nuovi prodotti
d'avanguardia, ma soprattutto su una condizione storica di straordinario
vantaggio politico del capitalismo sulla classe operaia. Questo vantaggio è
costituito dall'immenso serbatoio di forza lavoro a buon mercato che si è
venuto formando in Cina, Vietnam, India, Messico, ecc. Oltre, naturalmente,
alla possibilità di esercitare un decisivo potere di ricatto sugli operai
del Paese d'origine.
Il capitalismo americano investe certamente
ingenti somme nella ricerca e nell'innovazione, ma fonda il suo processo di
accumulazione sui salari da fame e la mancanza di tutela dei lavoratori del
Sud e dell'Est del mondo, e al tempo stesso sui bassi salari e l'intensità
di lavoro degli operai americani.
Vi ricordo che la produzione
dell'iPad, il gioiello della Apple, il simbolo più smagliante
della società dell'informazione, è costruito oggi negli stabilimenti della
Foxcom Technology, a Shenzen, in Cina. Qui dal 2010 18 giovani si
sono uccisi per l'insostenibilità dei ritmi di lavoro, oltre che per i
miseri salari (si veda il servizio del Manifesto del 14 Marzo 2012). Dunque
è con questo modello di accumulazione che il capitalismo europeo doveva
competere. Un modello nel quale lo standard più basso di remunerazione del
lavoro trascina verso il basso l'intera competizione intercapitalistica
mondiale. Un modello, lo stesso che sta adottato gran parte dell'Europa, che
ha riportato la durata del lavoro operaio in USA a livelli ottocenteschi, ha
intensificato i ritmi lavorativi, ha tenuto bassi i salari, ha emarginato e
impoverito la middle class, spingendo le famiglie a indebitarsi e a
gonfiare la gigantesca bolla immobiliare da cui è nata la crisi del 2008.
Non vi appaia, questa rapida
riflessione sul capitalismo americano, una divagazione. Serve a mostrare un
passaggio storico evidente. Perfino il Paese che più ha investito in
cultura, ricerca e formazione, ma che ha perseguito un modello di
accumulazione affidato alla libertà dei mercati, ha fallito. Quel modello ha
creato una società devastata dalla disuguaglianza, dove le nuove generazioni
non hanno più la speranza di avere una qualità di vita pari a quella dei
genitori, e ha generato la più grave crisi mondiale degli ultimi 80 anni.
Nel frattempo, migliaia di giovani che avevano “investito” nella propria
formazione sono oberati di debiti con le banche.
Tale presa d'atto ci spinge a porci la domanda:
è questo il modello che dobbiamo seguire?
Le nostre Università devono piegarsi alle esigenze del mercato del lavoro
così come le forze produttive dominanti lo vengono modellando ? Il mondo
della formazione e degli studi deve essere al traino di queste tendenze? Non
si dica che l' Europa ha intrapreso una strada diversa dagli USA. Se mai
l'aveva intrapresa, essa è scomparsa ormai alla vista.
Non ha affermato il presidente della BCE, Mario Draghi,
che il welfare europeo è ormai «superato»?
(Corriere della Sera Economia
del 23.2.2012).
Non ha dichiarato il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco,
che occorre «che si lavori di più, in più e più a lungo»? (La Stampa,
del 7.3.2012). Noi aspettiamo con ansia che venga ripristinato il lavoro
notturno delle donne e dei fanciulli, così che il nostro avanzare “verso il
futuro”, come dicono i riformatori, vale a dire verso l''800 della prima
rivoluzione industriale, sia completo.
(Continua nella prossima pagina...)
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