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Al di là del bene e del male

 
9993 - Siete a > Istruzione - 30/03/2012 - di Piero Bevilacqua

La sfida ai saperi, la sfida dei saperi - pag3


La sfida ai saperi, la sfida dei saperi - pag3

Ora, al di là della cronaca avvilente degli ultimi tempi, è evidente che il capitalismo attuale e le classi dirigenti europee, in forme diverse - forme che dipendono anche dalle tradizioni e dalla capacità di resistenza delle istituzioni formative nei diversi Paesi - hanno lanciato una sfida all'Università e alla scuola. Vogliono modellare queste istituzioni ai bisogni bulimici della crescita. Non lasciamoci ingannare dalle apparenze. Le scelte che sono state fatte in Italia sono univoche. Guardiamo alla scuola pubblica. Ricordiamo che essa è il luogo dove si attenuano le laceranti divisioni di classe presenti nella società, dove si creano le pari opportunità dei nostri giovani. Come si fa a parlare di merito all'Università, se i ragazzi che vi accedono sono già selezionati da una scuola classista, se le possibilità della gara sono compromesse ex ante dalle gravi disparità di partenza?

Ebbene, l'ultimo governo Berlusconi, come è noto, ha inferto al nostro sistema formativo colpi micidiali. Le nostre scuole mancano spesso delle risorse minime per la gestione quotidiana. E noi non vediamo alcun segno di inversione di rotta da parte dell'attuale Governo. Il ministro Profumo va alla ricerca di visibilità con le sue trovate pubblicitarie. Deve smetterla di inventare diversivi: deve innanzi tutto ridare alla scuola pubblica le risorse che le sono state sottratte dal più indegno governo dell'Italia repubblicana.

Non lasciamoci ingannare. Si fa un gran parlare di eccellenza nella ricerca e negli studi, di mettere al primo posto ricerca di alta qualità. Occorre andare a vedere che cosa c'è dietro alle parole. In Italia abbondiamo di migliaia di giovani “eccellenti” in tutte le discipline. Hanno conseguito dottorati, master, Ph.d, effettuato stage, ma non trovano lavoro, vagano tra un'occupazione precaria e l'altra. O se ne vanno all'estero. In realtà, il richiamo retorico all'eccellenza nasconde una ideologia ben precisa, sempre la stessa e anche una mutata condizione storica. Essa serve a svalutare i normali studi universitari e a promettere lavoro qualificato solo a pochi, a coloro i quali più direttamente potranno contribuire alla crescita, vale a dire al processo di valorizzazione del capitale.

Siamo di fronte a una vera e propria “eugenetica” intellettuale: si vogliono pochi quadri di elevata capacità “produttiva”. Per il resto non c'è posto.

Siamo di fronte a una vera e propria “eugenetica” intellettuale: si vogliono pochi quadri di elevata capacità “produttiva”. Per il resto non c'è posto. Il resto è massa dannata, forza lavoro intellettuale in formazione parcheggiata nelle Università per mascherare una insostenibile disoccupazione di massa. Perché la grande verità taciuta è la seguente: questo modello di accumulazione capitalistica non riesce a utilizzare che una minima parte della grande massa di personale intellettuale che esso stesso genera incessantemente.

Offro un dato alla vostra riflessione. Riguarda gli USA, che come al solito anticipano l'avvenire. L'Ufficio statistico del Lavoro di quel Paese, che esamina le richieste del mercato del lavoro da qui al 2018, prevede in ordine di importanza, tra i posti più richiesti dal mercato, quello di cassiere, commesso, cameriere, consulente di clientela, infermiere, preparatore alimentare, impiegato d'ufficio. Nei prossimi anni, in quel Paese, solo un impiego su quattro richiederà la laurea .(J.Marsh, La scuola non basta, Le Monde Diplomatique, gennaio 2012).

E allora, come rispondiamo a tale sfida? Io credo che in Italia, come altrove, abbiamo ancora la possibilità di invertire la rotta, di lanciare noi la sfida dei saperi all'attuale modello fallimentare di accumulazione capitalistica. Vi ricordo innanzi tutto alcune ragioni fondamentali di questa sfida: il paradosso colossale su cui stiamo seduti. Viviamo nelle società più ricche che mai siano apparse nella storia umana e queste sono dominate da un'unica ossessione: diventare sempre più ricche. Come sapete, è questa la “crescita” che quotidianamente ci chiedono di adorare. Anche se essa asservisce il lavoro, distrugge le relazioni sociali, produce competizione cannibalistica tra le persone, crea disuguaglianze e crescente infelicità sociale.

Anche a dispetto del fatto che questa ricchezza - fatta di iperproduzione e iperconsumo - è ormai direttamente proporzionale alla distruzione su larga scala delle sorgenti stesse di ogni ricchezza, presente e futura: le risorse della Terra. Ebbene, di fronte a questa corsa verso il nulla delle attuali classi dominanti, il mondo della scuola e dell'Università ha per lo meno il dovere di tentare di indicare un'altra strada. Il mondo della formazione può costituire un asse strategico di un nuovo progetto di società. E non si tratta di inventare utopie. È solo necessario dare ai saperi che già esistono e che si possono potenziare una nuova curvatura, nuove finalità. Pensiamo per un momento al mondo della produzione industriale. Ma chi si ricorda che l'attuale paradigma produttivo, fondato sulla planned obsolescence, sull'obsolescenza programmata dei prodotti - sul fatto cioè che le merci si devono trasformare rapidamente in rifiuti - ha poco più di un cinquantennio di vita?

Qui si apre uno scenario straordinario per il futuro del mondo industriale: una nuova ingegnerizzazione dei processi produttivi che renda riparabili i beni. Ma l'intera sfera delle attività produttive può essere ripensata - e del resto in alcuni casi ciò già avviene - secondo un progetto di riconversione ecologica, che usi i materiali destinati alla produzione in maniera sostenibile e riproduttiva. Un progetto fondato su un nuovo paradigma energetico, che si metta alle spalle quello della rivoluzione industriale, fondato sulle risorse fossili. Quale grande contributo possono dare le nostre discipline scientifiche a tale progetto, se esse vengono pensate come componenti di un modello di società solidale e sostenibile?

Quale nuovo slancio possono dare agli studi della nostra gioventù se questi vengono rappresentati come un grande progetto di emancipazione generale, una svolta storica nel nostro rapporto con la natura?
Vi ricordo che già sono all'opera forme avanzate di cooperazione tra le scienze. L'IPCC, il panel intergovernativo che per conto dell'ONU studia il clima è una forma senza precedenti di cooperazione interdisciplinare. Al suo interno sono all'opera chimici, biologi, fisici, climatologi, ecc Si tratta di una esperienza inedita che riflette il grande mutamento di paradigma in atto nelle scienze oggi. Appare sempre più evidente che la natura non è una cava da cui ricavare materiali. Essa ormai ci appare come una rete complessa di relazioni e di equilibri. Le singole discipline, nate per smembrarla e dominarla, appaiono oggi limitate al compito nuovo cui sono chiamate: comprenderla profondamente come “sistema” per proteggerla, per assicurare la sua rigenerazione. Per questo l'ecologia, la scienza delle relazioni fra gli esseri viventi e il loro ambiente, si presenta come il grande collante che fa dialogare le discipline e fornisce alla ricerca nuove e più avanzate finalità.

Non rubo tempo alla vostra attenzione soffermandomi sui compiti vecchi e nuovi che possono venire dai saperi umanistici e dalle scienze sociali. Ricordo soltanto che nell'ultimo mezzo secolo noi abbiamo assistito alla più vasta migrazione di popoli della storia umana. Circa 1 miliardo di persone hanno abbandonato i luoghi di nascita e si sono trasferiti altrove. Abbiamo di fronte, dunque, un rimescolamento senza precedenti di etnie, culture, religioni, lingue, psicologie, costumi. Come affrontiamo questa grande sfida? Cosa possono fare le nostre scuole e le nostre Università per fare dell'Occidente un nuovo polo del cosmopolitismo della nostra epoca? Come facciamo dialogare la nostra letteratura, la nostra arte, la nostra musica con con quella dei popoli che ormai vivono con noi? E che cosa può fare l'Italia, terra di mezzo, terra piantata nel Mediterraneo? Risolveremo i problemi con i Centri di identificazione e di espulsione?

Io credo che il nostro Paese, non solo per la sua collocazione, ma soprattutto per la sua storia e la sua cultura possa rappresentare il modello mondiale di una svolta degli studi che la faccia finita col misero utilitarismo dominante negli ultimi anni. Il nuovo cosmopolitismo da creare non comporta affatto l'abbandono delle nostre straordinarie tradizioni. Al contrario, dobbiamo al tempo stesso approfondirle e valorizzarle più ampiamente, per metterle in dialogo. Io credo che soprattutto la scuola debba giocare un ruolo fondamentale. Dovremmo tutti porci la domanda: com'è possibile che in un Paese come il nostro si studi così poco o per nulla la storia dell'arte, la musica, il paesaggio, la particolarità dei territori, spesso opere d'arte a cielo aperto? Perché, noi che senza alcun merito ereditiamo dal passato un patrimonio inestimabile, non poniamo alcuna cura nel preparare le nuove generazioni a comprenderlo, amarlo, difenderlo?

Addirittura in Italia, alcuni anni fa, è stata lanciata la modernissima parola d'ordine delle tre “I”, Internet, inglese, impresa. Vi ricordate? E che cosa testimonia tale trovata se non uno spaccato di miseria senza precedenti della nostri classi dirigenti? Ebbene, noi potremmo prendere esempio dai vicini francesi, le cui tre I corrispondono a interdisciplinarietà, internazionalità e inter-istituzionalità. Dove per inter-istituzionalità si deve intendere il rapporto tra le istituzioni, ma non solo quelle universitarie. C'è un ampio campo di collaborazione da mettere in movimento ed è quello tra Università e scuola. Una collaborazione che per la verità in Italia è attiva da tempo, ne costituisce un aspetto di notevole originalità, ma affidata alle iniziative dei singoli .Penso all'ormai decennale esperienza del Progetto Gutenberg, a Catanzaro, animata dal preside Armando Vitale o alla recente Agorà progettata da Giuseppe Laterza. Ma occorrerebbe rendere più sistematico tale rapporto, che darebbe nuovi compiti alle Università e arricchirebbe costantemente la scuola.

Ecco, abbiamo concluso le nostre riflessioni. Ma in finale vogliamo rispondere a una delle critiche che sono state mosse al nostro Appello: quella di voler restaurare la vecchia Università. Potremmo rispondere dicendo che quella Vecchia università, pur con tante pecche e acciacchi, sul piano della qualità e della severità degli studi, era molto più avanzata di oggi. Ma vogliamo invece mettere l'accento sulla novità sostanziale che proponiamo. Noi desideriamo che gli studi scolastici e universitari non rispondano semplicemente a un'idea molto ristretta di utilità: l'utilità economica, quella che ossessiona la mente dei pensatori unici. Non disprezziamo certo l'economia, viviamo grazie a essa. Ma i nostri sistemi formativi devono rispondere a più varie e ampie utilità. Utilità che rispondano ai bisogni molteplici e non indotti, non immediatamente strumentali, del nostro tempo. Crediamo che essi debbano contribuire in maniera fondamentale a costruire una società meno lacerata da disuguaglianze e più solidale, debbano fornire agli uomini un nuovo sguardo sulla natura, devono arricchire di umanità e di interiorità la nostra vita. In una parola devono promuovere, rielaborare e aggiornare la nostra civiltà.

Piero Bevilacqua, Membro del Comitato scientifico di Alternativa.
Per maggiori informazioni sull'iniziativa: www.amigi.org

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